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Primo titolo:
Franco Gàbici «Gadda - Il dolore della cognizione»
Una lettura scientifica dell'opera gaddiana - Isbn 88-86792-40-9

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Rubrica ad aggiornamento settimanale
 

27 ottobre 2002

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A ccendo la tivù (domenica 27 ottobre, rai tre) e mi passano davanti al naso alcune sequenze di Take me out of the ball game (1949), distribuito in Italia nel 1951 con il titolo Facciamo il tifo insieme. È uno dei musical della mitica Metro Goldwin Mayer e in effetti mi vedo danzare da par suo Gene Kelly, che l'anno prima aveva dato un saggio delle sue virtù acrobatiche ne I Tre moschettieri di George Sidney. Nel cast figurano anche Esther Williams e Frank Sinatra e dunque, per me appassionato di anni Cinquanta, potrebbe essere un film godibilissimo, ma quando dopo il balletto di Kelly si passa ai dialoghi, mi cascano le braccia perché ancora una volta sono costretto ad assistere allo scempio del nuovo doppiaggio, che toglie il sapore ai vecchi film e che purtroppo va prendendo sempre più piede.
Non sopporto le ri-doppiature e come mi trovo davanti un Frank Sinatra che non "parla" con la voce di Giuseppe Rinaldi, mi cascano le braccia e spengo immediatamente il televisore. Il doppiaggio è tipico dei film italiani mentre, a quanto mi risulta, in quasi tutto il resto del mondo la gente segue i film stranieri leggendo i sottotitoli, trasformando il godimento di un film in una vera e propria tortura. Noi italiani, invece, abbiamo sempre tradotto le pellicole straniere e abbiamo avuto la fortuna di vedere all'opera delle voci straordinarie, che nell'estate del 1944, subito dopo la liberazione di Roma, si erano riunite nella Cdc (Cooperativa doppiatori cinematografici) anche se di fatto queste "voci" già lavoravano prima della seconda guerra mondiale.
La Cdc si sobbarcò una mole di lavoro che ha dell'incredibile e per darvi un'idea di questa attività vi dico che solo nel 1949 la cooperativa doppiò un migliaio di pellicole. La Cdc, leggo nello straordinario volume di Mario Guidorizzi, «ha operato con una bravura professionale che lascia sbalorditi, le sue voci essendo ben presto divenute le vere voci degli attori, le uniche, le sole, le inimitabili». Ed è proprio così. Queste voci si sono talmente sovrapposte ai personaggi da costituire un binomio indissolubile al punto che quando una voce intrusa si inserisce nel contesto si avverte subito la stonatura. Infatti, scrive ancora Guidorizzi, «l'aderenza fisico-vocale, il suono precipuo, il tono musicale e armonioso sono stati per molti anni, così, un unicum con la fisionomia, la gestualità, la parola del personaggio interpretato il quale, talvolta accadeva, aveva anche da guadagnare in questo prestito singolare».
Consideriamo l'esempio della coppia Jerry Lewis e Dean Martin, sedici film girati, da La mia amica Irma fino a Hollywood o morte!, e tutti doppiati dall'impareggiabile Carletto Romano (Lewis, ma anche Bob Hope, Red Skelton, Lou Costello...) e da Gualtiero De Angelis (Martin, ma anche Cary Grant, James Stewart...). Carlo Romano, come alcuni doppiatori, furono anche attori e se volete vedere il volto di chi ha dato la voce a Jerry Lewis, andate a rivedervi il felliniano I vitelloni: Romano, ricordate?, è il negoziante la cui moglie è insidiata da Franco Fabrizi.
Romano ha prestato la voce al "picchiatello" anche quando la coppia comica si sciolse, poi Carlo morì e quando Jerry Lewis, dopo anni di silenzio, si presentò di nuovo al pubblico con Bentornato picchiatello!, lo udimmo parlare con la voce di Oreste Lionello (che "doppia" anche Woody Allen) e non era più la stessa cosa.
Spesso i film di Lewis & Martin vengono "passati" in televisione ma alcuni, purtroppo, hanno voci nuove che guastano tutto. La mia amica Irma, Il cantante matto, I figli del secolo, Il circo a tre piste sono un esempio di questa dissacrazione. Dicono che a volte la colonna sonora è troppo rovinata ma la realtà del discorso è un'altra: si vuole a tutti i costi far lavorare nuove cooperative di doppiatori affidando questi insulsi rifacimenti.
Certo, non mancano le eccezioni. John Wayne, ad esempio, ha sempre parlato con la voce di Emilio Cigoli, mentre nel fordiano I cavalieri del nord ovest è doppiato da Sandro Ruffini. Però siamo sempre nel "ventaglio" delle voci mitiche di quel periodo e si avverte subito che la voce è coeva al film, situazione che invece non si registra con i nuovi doppiatori, le cui voci sono stonatissime. E per restare sul tema delle eccezioni ricordiamo che Cigoli doppiava anche Humphrey Bogart, mentre in Casablanca la voce era di Bruno Persa, sempre del periodo.
E chi non ricorda Germana Calderini (la prima Liz Taylor) o Miranda Bonansea (June Allyson e la prima Marilyn Monroe, che in seguito sarebbe stata doppiata da Rosetta Calavetta) e ancora Lidia Simoneschi e Dhia Cristiani? E lo straordinario Pino Locchi che ha legato la sua voce a Sean Connery? E Gaetano Verna (Spencer Tracy) e Giulio Panicali (Robert Taylor, Tyrone Power) e il "vecchietto del west" Lauro Gazzolo (Walter Brennan)? E Stefano Sibaldi, che passa dal primo Sinatra a Danny Kaye e all'ultimo Richard Widmark?
Diffidare dalle imitazioni, dunque! Perché non solo certi nuovi doppiaggi stridono, ma a volte cambiano anche il copione del film e certe battute, come è accaduto ad esempio per il Robin Hood di Michael Curtiz (lo stesso di Casablanca) del quale, però, mi dicono che esisteva in commercio a cassetta col doppiaggio originale. Anche La storia di Glenn Miller di Anthony Mann è stato riproposto con un nuovo doppiaggio, ma l'originale con James Stewart (Gualtiero De Angelis) e June Allyson (Miranda Bonansea) è sicuramente tutt'altra cosa.
Il doppiaggio è un po' come una traduzione. L'incipit della Recherche di Marcel Proust, nella traduzione di Natalia Ginzburg, suona così: Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera... Mi sembra bellissimo e musicale, o forse è bello e musicale perché io l'ho memorizzato in questa forma. Per questo motivo quando mi sono trovato di fronte a una nuova traduzione ho storto il naso, proprio come ho fatto questa mattina quando ho sentito il vecchio Sinatra parlare con una voce a me sconosciuta.

Franco Gàbici

 

Lo straordinario volume (900 pagine) di Guidorizzi cui faccio riferimento è Hollywood 1930-1959. I film, i serials, gli oscar, i doppiatori, le locandine, edito dalla Mazziana di Verona nel 1986l.

Franco Gàbici (Ravenna, 22 maggio 1943). Laureato in fisica, è direttore del Planetario e del Museo di scienze naturali di Ravenna. Giornalista pubblicista, collabora con articoli di scienza e costume ai quotidiani Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno, Avvenire e all'inserto "Tuttoscienze" de La Stampa. E' presidente della sezione ravennate della "Dante Alighieri".
Oltre a una ventina di saggi di storia locale ("Ravenna: cento anni di cinema", "Leopardi turista per caso"...), ha scritto "Didattica col Planetario" (La Nuova Italia, 1989) ed è autore dell'unica biografia di don Anacleto Bendazzi, considerato il più grande enigmista italiano ("Sulle rime del don", Ravenna, Essegì, 1996), "Gadda - Il dolore della cognizione" (Simonelli Editore, 2002) .

 

 

 

 

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