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Primo titolo:
Franco Gàbici «Gadda - Il dolore della cognizione»
Una lettura scientifica dell'opera gaddiana - Isbn 88-86792-40-9

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di memoria, cultura e molto altro...




Rubrica ad aggiornamento settimanale
 

13 ottobre 2002

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Ho partecipato recentemente a una piacevolissima rimpatriata di reduci dal Liceo, tutti convenuti nell'aula magna della scuola per ricordare a cinque anni dalla morte uno dei suoi insegnanti più significativi, Tomaso Di Salvo (1914-1997), poi emigrato a Firenze dove ha continuato a lavorare per la scuola, come dimostrano le sue antologie, ma soprattutto alcune sue edizioni critiche. Cito una per tutte il monumentale commento alla Divina commedia, corredato anche da supporto informatico, che detto fuori dai denti significa che uno può cacciare il dischetto dentro al computer e sfoggiare citazioni esatte (l'editore è Zanichelli).
Ma la cosa che mi ha maggiormente coinvolto è stato l'incontro ravvicinato con vecchi amici che non vedevo da anni, per alcuni anche quarant'anni, un vita, davvero, e poi tutta questa platea ondeggiante di cabeze bianche che appartengono oggi ad attempati signori. C'era persino Pierino il bidello, con gli occhi commossi dietro agli occhiali scuri.
In quel pomeriggio - in cui un tepore autunnale impastava di dolci malinconie i volti e le foglie accartocciate ai lati della strada - è accaduto come se il grande oceano dei ricordi avesse abbattuto tutto d'un tratto la diga del tempo per trascinarci tutti in questo naufragare piacevole che non ha niente della disperazione leopardiana, ma che ha con sé il sacrosanto diritto del ricordare.
Ricordi e ricordi e ancora ricordi il tempo della scuola, il tempo di quella scuola, con le aule spalancate alla curiosità dei convenuti, questa è la mia aula, la mia invece è questa, io ero seduto lì, l'aula di quinta A però non c'è più, mannaggia è stata trasformata in un corridoio per accedere all'ala nuova, ma qui un tempo c'erano i nostri banchi╔ adesso invece a questa stanza mancano due pareti, quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti, quante volte abbiamo cantato questa canzone e quante volte abbiamo sognato ad occhi aperti sulle sue note, e non pensavo di certo che quei versi si sarebbero poi materializzati in un pomeriggio d'autunno perché al conteggio delle pareti ne risultano mancanti proprio due, ma lì, su una di quelle pareti scampate al piccone, la mano di tinteggiatura non è riuscita a cancellare per sempre la traccia della lavagna, questo schermo di cinemascope nero sul quale si sospirava amaro quando il professore di latino, verificata la nostra disabitudine alla sintassi della lingua di Cicerone, ci sbatteva sotto al naso frasi che erano un concentrato di congiuntivi, di condizionali, di consecutio temporis╔ e noi lì, impacciati di fronte a quel nero ardesia a tentare di mettere insieme una traduzione che stesse in piedi e che invece, ahinoi, quasi sempre non combinava, ah il tempo della scuola, ma soprattutto la "strada della scuola", sulla quale tutti abbiamo camminato con passo allegro e spensierato senza pensare che quel sentiero era anche il sentiero della vita, come scrive mirabilmente Thomas Berhard, «perché il nostro sentiero della scuola con tutte le sue caratteristiche, con i suoi accadimenti, con le sue possibilità e impossibilità era in tutto e per tutto paragonabile al sentiero della mia vita [...] infatti il sentiero della nostra vita è anche sempre un sentiero pericoloso, che dobbiamo percorrere ogni giorno attraverso boschi e rocce e sul quale dobbiamo sempre avere paura, per via di tutti i suoi accadimenti, delle sue caratteristiche, possibilità e impossibilità (è proprio scritto così, con "im" in corsivo), dissi, l'infanzia per me era collegata con questo sentiero della scuola e non c'è nulla nella mia infanzia, dissi, che non sia connesso con questo sentiero della scuola, sul quale abbiamo fatto tutte le esperienze che in seguito abbiamo fatto più volte, tutto ciò che è avvenuto in seguito in qualche modo era già avvenuto su questo nostro sentiero della scuola, questa paura, che oggi abbiamo spesso, l'abbiamo già avuta sul nostro sentiero della scuola, questi pensieri, strettamente connessi con la paura, che continuiamo ad avere oggi, sia pure in modo diverso, fanno pur sempre riferimento ai pensieri che abbiamo avuto sul sentiero della scuola, per noi il sentiero della scuola, come il sentiero della vita, è sempre stato solo un sentiero di dolore, ma nello stesso tempo anche sempre un sentiero di tutte le scoperte possibili e di una felicità sublime, tale che non si può descrivere╔», considerazioni bellissime e su queste considerazioni mi è venuto spontaneo un gioco, ho immaginato questo passo sotto agli occhi di un cerbero professore di lettere che, ci scommetto l'osso del collo, avrebbe consumato la matita blu sottolineando che magari il sentiero della scuola è troppo ripetuto e anche certi concetti lo sono, sì insomma, il ragazzo si farà, non ci sono dubbi, ma intanto deve imparare a scrivere e cioè senza ripetizioni e invece qui le ripetizioni ci stanno benissimo perché, almeno a mio modo di vedere, potrebbero significare la circolarità del concetto e forse anche la circolarità stesso di un tempo che si vorrebbe far tornare, magari proprio su quel sentiero della scuola e dunque a scuola si impara di tutto, ma non si impara a scrivere, perché son sicuro che Bernhard con questo tema si sarebbe beccato un cinque e magari a casa sua lo avrebbero pure sgridato di brutto. Aveva proprio ragione Leo Longanesi che in uno dei suoi aforismi all'acido solforico sentenziò tutto quello che non so l'ho imparato a scuola, ma questo devo averlo già citato in una delle prime bollicine e dunque devo stare attento a non ripetermi sennò mi cade sulla testa una pesante matita blu di un prof. che mi ammonisce severamente di stare attento a queste dannate ripetizioni.
Ma allora perché i latini dicevano jucunde repetita iuvant?
Mah, vai a capire la scuola!

Franco Gàbici

 

La bellissima e lunga citazione sul sentiero è tratta da T. Bernhard, Correzione, Torino, Einaudi, 1995, p. 97.
Sono rimasto affascinato da queste parole dopo averle ascoltate, citate a memoria, da Aldo G.Gargani durante una sua straordinaria conferenza.

Franco Gàbici (Ravenna, 22 maggio 1943). Laureato in fisica, è direttore del Planetario e del Museo di scienze naturali di Ravenna. Giornalista pubblicista, collabora con articoli di scienza e costume ai quotidiani Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno, Avvenire e all'inserto "Tuttoscienze" de La Stampa. E' presidente della sezione ravennate della "Dante Alighieri".
Oltre a una ventina di saggi di storia locale ("Ravenna: cento anni di cinema", "Leopardi turista per caso"...), ha scritto "Didattica col Planetario" (La Nuova Italia, 1989) ed è autore dell'unica biografia di don Anacleto Bendazzi, considerato il più grande enigmista italiano ("Sulle rime del don", Ravenna, Essegì, 1996).

 

 

 

 

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