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“…or ch’io sento da presso
il fine amaro/ fa’ tu noto il mio duolo al padre caro/ se mai qui torna il
suo destino acerbo….”
Il “ padre caro” era un feudatario lucano, Gian Michele di Morra, e la
figlia che gli indirizza questi versi disperati si chiamava Isabella e
viveva reclusa con la famiglia in un castello chiuso tra monti e mare. Non
avrebbe dovuto essere quella la sua sorte: nata a Napoli nel 1520, avrebbe
dovuto crescere alla corte del vicerè spagnolo . Ma Gian Michele di Morra
aveva commesso un errore capitale divenendo un sostenitore di Francesco I,
il re di Francia antagonista di Carlo V: perciò dovette fuggire a Parigi
insieme al figlio primogenito Scipione. Il resto della famiglia,cioè la
moglie Luisa con gli altri figli, fu messo al riparo dall’ira degli spagnoli
in quel romito castello della Basilicata. Diciamo subito che “il padre caro”
e Scipione, un giovane colto e gentile che la sorella rimpianse per tutta la
sua breve vita,non tornarono più.
La vita della ragazza si chiudeva prima di aprirsi.In quell’ isolamento
feroce la giovane donna aveva almeno il gusto della studio e della poesia,
incoraggiata in ciò da un precettore intelligente e sensibile:divenne una
donna molto colta e una fine poetessa. i suoi fratelli crescevano invece
incolti e violenti. La madre probabilmente non contava.
Fu il precettore della ragazza la causa involontaria della tragedia.
Commosso dalla solitudine di Isabella, la mise in contatto epistolare con
Diego Sandoval, un poeta spagnolo che viveva , insieme alla moglie Antonia
Caracciolo, in un feudo non distante. Isabella e Diego si intesero: cominciò
fra di loro un contatto episolare fatto di confidenze e di scambio di
poesie. Generalmente si parla di una loro “tresca” scoperta dai Morra ma in
realtà non sappiamo neppure se i due infelici si conobbero di persona.Certo
è che ai fratelli bastò intercettare una lettera di Sandoval a Isabella : fu
la fine. Per prima cosa uccisero il precettore, reo secondo loro di aver
favorito quell’offesa all’onore della famiglia: poi la sorella, soprattutto
perché temevano che rivelasse il loro primo delitto. Isabella, vittima di
una cieca barbarie, moriva a ventisei anni. Con lei veniva stroncato quel
talento poetico che l’ha fatta denominare “La Saffo lucana”. Per completare
l’opera,poi, i Morra attirarono Sandoval in un tranello e ammazzarono pure
lui.
Lì per lì sulla sanguinosa vicenda scese l’oblio. Possiamo immaginare quegli
uomini rozzi e violenti che distruggono le carte di Isabella: ma qualcosa
sfuggì loro. Passarono i secoli e il gracile canzoniere della sventurata
ragazza pervenne nelle mani di Benedetto Croce che ne fece un caso
letterario.
Isabella faceva sentire, finalmente, la sua voce.
Maria Santini
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Maria Santini è nata a
Torino ma vive a Roma da molti anni. Autrice di numerose pubblicazioni a
carattere storico e fantastico, si è occupata di narrativa per la scuola
rivisitando, in uno stile avvincente e personalissimo, i luoghi della
memoria. L'insaziabile curiosità intellettuale è un dato caratteristico di
questa scrittrice che offre al lettore una qualità di scrittura e una
capacità narrativa assai rare. Ha pubblicato in volume da Simonelli Editore:
Matilde di Canossa,
Liszt.
In edizione elettronica, SeBook, ed in Ex Libris, su
www.ebooksitalia.com,
i Pascoli del Mistero e
Sette Romanzi Gialli
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