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E' così. Oggi la si ricorda soltanto per i suoi amori con due importanti
letterati e per una sottile aura di scandalo che circonda il suo personaggio
ma nei primi anni del Novecento Amalia apparve alla critica e perfino a
D’Annunzio come una brillante promessa della poesia italiana. Il suo libro “Le Vergini folli” (1907) ebbe quindi un’accoglienza entusiastica mentre la
ventiseienne autrice si dava a coltivare il personaggio che intendeva
essere.
Uscita da una ricca famiglia torinese che le aveva fatto impartire
un’educazione rigorosa in un istituto religioso, Amalia, divenuta adulta e
padrona di sé, si propose come donna trasgressiva e un po’ tenebrosa, sul
modello della dannunziana Basiliola Faledra, la crudele, sensualissima
eroina della “Nave” anzi la “superfemmina”. Pertanto accentuava la sua figura
alta e sottile con vesti eccentriche e cappelli alla Rembrandt e i grandi
occhi con un trucco quasi luttuoso: si faceva fotografare in pose languide
,racchiusa in cornici squisitamente Liberty. Una maliarda? Quest’etichetta
le si appiccicò addosso ma in realtà, povera Guglielminetti, in amore diede
sempre più di quanto gli uomini fossero disposti a concederle. Così capitò
per il suo legame con Guido Gozzano, iniziato proprio dopo il successo delle
“ Vergini” come uno scambio epistolare a base di “Cortese Avvocato”, “Egregia Signorina” e divenuto una vera relazione, con Amalia che amava e
Guido che si lasciava amare. Infatti durò poco: nel 1909 il complicatissimo
poeta, il quale si piccava di non riuscire a provare veri sentimenti per
nessuno, le scrisse una lettera in cui , tra i fiori dei complimenti rivolti
alla donna bella e intelligente, spiccava un crudele “io non ti ho mai
amato”: ciò pose fine a tutto. Rimasero tuttavia amici.
Ma cominciò da allora la parabola discendente di Amalia. La “promessa”
letteraria che era stata non si realizzò mai anche se lei continuò a
scrivere tutta la vita non solo poesie ma anche romanzi, opere teatrali,
articoli di giornale. Il suo secondo amore serio, quello per lo “scandaloso”
Pitigrilli, dopo sette anni si chiuse così male ( 1924) che la poveretta
dovette essere ricoverata in clinica per esaurimento nervoso. Poi si riprese
e tirò avanti, dividendosi fra il giornalismo e la scrittura, sempre più
dimenticata. Morì a Torino nel 1941, per le ferite che si era provocata
cadendo mentre scendeva al rifugio, durante un bombardamento. Aveva sessant’anni
( cinquantasei secondo alcune fonti che indicano come anno di nascita il
1885).
“Essa è pur sempre quella che va sola”. Questo suo verso è emblematico se
si pensa al lungo crepuscolo della sua esistenza, intessuto soltanto di
ricordi certamente non tutti piacevoli e di chissà quali rimpianti.
Maria Santini Maria Santini è nata a
Torino ma vive a Roma da molti anni. Autrice di numerose pubblicazioni a
carattere storico e fantastico, si è occupata di narrativa per la scuola
rivisitando, in uno stile avvincente e personalissimo, i luoghi della
memoria. L'insaziabile curiosità intellettuale è un dato caratteristico di
questa scrittrice che offre al lettore una qualità di scrittura e una
capacità narrativa assai rare. Ha pubblicato da Simonelli Editore:
Matilde di Canossa,
Liszt,
i Pascoli del Mistero e
Sette Romanzi Gialli
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