|
Mattina del 15 gennaio 1951
a Roma, nella centrale via Savoia: la scala di una elegante palazzina crolla
sotto il peso di circa duecento ragazze, accalcate lì con il miraggio di un
unico posto di dattilografa (che deve essere“volenterosissima” e di “miti
pretese”,come da inserzione sul “Messaggero”). Un’ottantina di loro rimane
ferita. Una muore. A tutte le infortunate l’ospedale, come era prassi
allora, manda il conto.
Da questo fatto di cronaca Giuseppe De Santis trasse, l’anno successivo, un
film capolavoro del neorealismo: Roma ore 11. Il regista riesce a impostare
coralmente la tragedia che assume anche un forte connotato di denuncia
sociale (la condizione femminile nei ceti meno abbienti). Proprio questa sua
caratteristica fece sì che il film venisse osteggiato e scomparisse presto
dalle prime visioni nonostante il buon successo che andava riscuotendo.
Precedentemente alla stesura del copione, un giovanissimo Elio Petri (il
futuro regista), aveva intervistato parecchie delle ragazze uscite da quella
tragica esperienza, ricavandone un libro inchiesta . Venne così a conoscere
tanta miseria, tanta subordinazione, tanto desiderio di riscatto. Fu su
quella base che nella narrazione corale vennero inserite con naturalezza una
serie di storie singole, che alludevano solo lontanamente alle vicende vere
delle persone coinvolte ma che risultavano perfettamente credibili. Vicende
che lasciano l’amaro in bocca dato che le vittime del crollo sono destinate
a restare povere ed emarginate. Così Luciana (Carla Del Poggio) rimane la
moglie disoccupata di un muratore disoccupato( Massimo Girotti): Simona
(Lucia Bosè) ,i cui genitori sono ricchi (e odiosi), si prepara ad un’
esistenza di strettezze accanto al suo pittore squattrinato (Raf Vallone)
:la cameriera Angelina (Delia Scala) torna nel natio Veneto con la
prospettiva di un duro lavoro di contadina: Adriana (una splendida e intensa
Elena Varzi) , l’impiegata che ha dovuto lasciare il posto precedente perché
sedotta dal principale, non sa che fare della sua vita: Gianna (Eva Vanicek,
una biondina specializzata in parti da ingenua), l’inetta figlia di una
energica madre ,continua ad aspirare a quel posto di dattilografa a via
Savoia, rimasto per forza di cose vacante ma è molto dubbio che l’otterrà.
Intanto la madre (Paola Borboni), che l’aveva accompagnata su per quella
tragica scala, deve stare un mese all’ospedale, pagandone la retta. E
Caterina (Lea Padovani) , che dal raggiungimento di quell’impiego si
riprometteva un cambio radicale di vita, deve rassegnarsi - e lo fa non
senza una garbata autoironia - a rimanere una prostituta.
Altre figure appena delineate ci propongono con forza non minore un destino
di amara povertà complicata dall’esser donna. Ne scegliamo due per tutte: la
dattilografa anziana e bravissima che, lodata dall’inserzionista durante la
prova alla macchina da scrivere ( “ lei è una mitragliatrice”) lo corregge
“una vecchia mitragliatrice”: intendendo dire, ovviamente, che nessuno più
vuole assumere una che la giovinezza se l’è lasciata alle spalle. .E ancora
la figlia del generale, anziano, pensionato chiaramente in strettezze: la
poveretta deve vedersela anche con il feroce pudore di quel padre
intenzionato a nascondere la propria miseria.
Insomma la scala crollata è rimasta per tutte un’esperienza amarissima,
senza riscatto. Forse fanno eccezione Clara,una brunetta deliziosa ( anche
lei un’attrice molto nota a quel tempo: Irene Galter) che dalla tragedia
ricava un aitante fidanzato provvisto pure di un buon lavoro: ed anche la
ragazza di Viterbo che, prendendo il posto di cameriera lasciato libero da
Angelina, si sottrae alla fame . E la stessa Angelina, che non voleva più
essere serva, riacquista per lo meno la sua dignità di donna.
Sul piano degli affetti il film propone un maggiore barlume di speranza. Le
coppie formate da Nando-Luciana e Carlo-Simona escono rinsaldate
dall’esperienza: Adriana, nonostante la gravidanza senza marito (un affar
serio, all’epoca) viene riaccolta nella sua affettuosa famiglia: Gianna e
sua madre sono più unite che mai.Angelina, che prima del fatto era
impegnatissima a respingere le avances insistenti e sgradite (“mi tratti
così perché sono una serva”) del giovane meccanico Romoletto , dopo essere
rimasta coinvolta nel crollo e leggermente ferita lo vede tramutarsi in un
vero e sincero amico, che l’aiuta e le organizza il viaggio di ritorno in
Veneto. Ma intanto la giovanissima Cornelia è morta, quasi senza un perché,
e Luciana porterà per sempre il rimorso di aver provocato la baruffa che ha
causato il crollo della scala.
La quale scala ha la sua grade parte: vediamo il cedimento poi subito la
scena si sposta all’aperto con le ragazze illese che si precipitano fuori
del palazzo gridando come impazzite dal terrore fra l’iniziale stupore dei
passanti. Stupenda la scena che segue, il salvataggio ad opera dei pompieri.
Precisi, efficienti, essi sono subito padroni della situazione: montano
scale, volteggiano su corde,afferrano con scioltezza le vittime
terrorizzate, aggrappate a brandelli di muro. Essi appaiono gli unici angeli
di una situazione tragicamente terrena.
Maria Santini Maria Santini è nata a
Torino ma vive a Roma da molti anni. Autrice di numerose pubblicazioni a
carattere storico e fantastico, si è occupata di narrativa per la scuola
rivisitando, in uno stile avvincente e personalissimo, i luoghi della
memoria. L'insaziabile curiosità intellettuale è un dato caratteristico di
questa scrittrice che offre al lettore una qualità di scrittura e una
capacità narrativa assai rare. Ha pubblicato da Simonelli Editore:
Matilde di Canossa,
Liszt,
i Pascoli del Mistero e
Sette Romanzi Gialli
|