|
Olga, una biondina timida, Tatiana, alta e aristocratica, Maria, dagli immensi
occhi blu, Anastasia, un’adolescente ancora sgraziata: tali erano le figlie
dello zar Nicola II quando, ventitreenne la prima, diciassettenne
l’ultima, andarono incontro alla loro orribile fine. Era la notte fra il 16 e
17 luglio 1918: tutta la famiglia imperiale venne sterminata a colpi di
pistola nello scantinato di casa Ipatiev a Ekaterinburg, Urali, per volontà
del Soviet cittadino. Oggi non vi sono dubbi perché tutti i Romanov sono
stati ritrovati e identificati con certezza tramite il DNA: hanno avuto un
solenne funerale e, dopo più di settant’anni passati in un pantano di fango
all’interno di una intricata foresta, una degna sepoltura e perfino la
qualifica di “santi” della chiesa ortodossa. Ma in questa sede non sono la
vita e la morte delle disgraziate ragazze a interessarci, bensì la loro
seconda vita. Sì, perché le quattro sorelle Romanov (il padre le chiamava
collettivamente OTMA) durante i settant’anni in cui risultavano soltanto
“scomparse” rispuntarono di qua e di là. Interessi, follia, illusioni,
desiderio di protagonismo, manovre di faccendoni: fu così che le quattro OTMA risorsero. In realtà la voce pubbblica , così come quella degli storici
più qualificati, aveva sempre tramandato e accettato la versione
dell’eccidio di tutta la famiglia: ma questo non impedì l’accalcarsi, per
decenni, di una vera folla di impostore alla ribalta della storia.
A Menaggio, vicino Como, c’è la tomba di una certa Marga Boots (morta nel
1977), la quale sostenne sempre di essere Olga. Marga era una persona molto
più sommessa della fragorosa Anna Anderson-Anastasia e per questo la sua
storia non divenne mai popolare. Non che non fosse romanzesca: Marga
raccontava di essere stata salvata, durante l’eccidio, da un non meglio
identificato soldatino Dimitri che l’amava. L’ingegnoso giovanotto le diede
una botta in testa per farla ritenere morta e la portò poi a salvamento.
“Tatiana” fu l’unica impostora riluttante anzi non fu neppure un’impostora.
Si chiamava Katharina Lumpleseite e fu” scoperta” nel 1948 in un campo
profughi tedesco ove faceva l’infermiera. Subito si affannò a negare la sua
pretesa identità imperiale di fronte allo scopritore, un certo barone von
Biel.
Uno strano caso questo, con l’interessata che non si prestava al gioco
e il barone che si affannava a dimostrarne la somiglianza con Tatiana: come
potesse paragonare fra loro una ragazza ventunenne nel 1918 e una donna di
trent’anni più vecchia senza l’ombra di una documentazione fotografica
intermedia non si capisce. Così Katharina rimase Katharina e il suo mancato
paladino si dovette rassegnare mentre l’infermiera rientrava nell’ombra( se
mai ne era uscita).
Maria Santini
(1.Continua)
Qualche commento? Inseriscilo tu stesso
su
The Web Park Speaker's Corner
Maria Santini è nata a
Torino ma vive a Roma da molti anni. Autrice di numerose pubblicazioni a
carattere storico e fantastico, si è occupata di narrativa per la scuola
rivisitando, in uno stile avvincente e personalissimo, i luoghi della
memoria. L'insaziabile curiosità intellettuale è un dato caratteristico di
questa scrittrice che offre al lettore una qualità di scrittura e una
capacità narrativa assai rare. Ha pubblicato in volume da Simonelli Editore:
Matilde di Canossa,
Liszt.
In edizione elettronica, SeBook, ed in Ex Libris, disponibili su
www.ebooksitalia.com,
i Pascoli del Mistero e
Sette Romanzi Gialli
|