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Verona, 5 Settembre 2017

Dal reato
di “disastro ambientale”
al “Bilancio ecologico”

    Dopo circa trent'anni di chiacchiere a vuoto, come si sa, il Parlamento italiano, il 22 maggio del 2015, ha varato la Legge n. 68 introducendo all'interno del Codice Penale il nuovo Titolo VI-bis rubricato: “dei delitti contro l'ambiente”. Una cosa abbastanza sconvolgente per la sua carica innovativa: forse per questo è quasi passata inosservata nel dibattito pubblico italiano, soprattutto politico. Per la prima volta sono previste punizioni pesanti (da 2 a 6 anni di reclusione e multe salatissime) per chi provoca “una compromissione o un deterioramento significativi del suolo o del sottosuolo; di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna”. Le pene per il “disastro ambientale” prevedono la reclusione da 5 a 15 anni. Non sono misure risolutive, miracolose, questo lo so, ma si muovono nella giusta direzione.
    In molti non hanno voluto capire l'opportunità che offre la nuova normativa. Si è detto, perciò, che la tutela ambientale sta diventando per l'impresa una variabile dipendente dalle normative, dall'efficacia dei controlli, dalla concessione delle autorizzazioni, dalle spinte sindacali, dai rapporti con le autorità locali, dall'iniziativa delle popolazioni. D'accordo, ma le imprese hanno compreso che la tutela ambientale si presenta ormai per esse come un vero e proprio elemento di legittimazione del loro stesso operare nel territorio?
    Questa evoluzione normativa dovrebbe diventare, invece, una leva formidabile capace di produrre profonde modifiche della maniera in cui siamo abituati a sfruttare le risorse, a concepire gli investimenti, ad orientare lo sviluppo tecnologico. Abbiamo capito che le politiche di disinquinamento sono più costose e meno efficaci di quelle fondate sulla prevenzione dei danni all'ambiente?
    Infatti, la principale voce di spesa pubblica e privata sta diventando il ripristino e la bonifica dei siti dismessi o di quelli in cui sono stati interrati rifiuti pericolosi. Queste attività dovranno ovviamente continuare ma bisognerebbe cambiare registro creando incentivi e disincentivi per ricondurre le attività industriali dentro le capacità di carico degli eco-sistemi. Cioè, in altri termini, fare tutto il possibile per prevenire i danni e non porre rimedi a posteriori.
    Uno strumento molto interessante per operare in questa direzione è il cosiddetto “Bilancio ecologico” riconducibile a tre precise ambiti : il territorio, le aziende, i prodotti.
    I bilanci territoriali sono indispensabili per individuare le aree in cui si è superato il carico ambientale sostenibile e le ragioni dell'insostenibilità. Questi bilanci si costruiscono quantificando i livelli di emissione inquinanti in aria, acqua, suolo e la distanza rispetto ad una situazione considerata accettabile.
    Le ragioni del superamento della capacità di carico possono essere ricercate nell'esistenza di un'attività specifica molto inquinante, di una concentrazione settoriale di attività, o anche di una serie di fonti diffuse che producono inquinamenti rilevanti. Naturalmente, per rendere concreta l'iniziativa, andranno poi fatti dei piani di rientro entro livelli di sostenibilità ambientale, che definiranno un obiettivo da raggiungere di diminuzione degli inquinamenti e individueranno i punti del sistema in cui è possibile “sottrarre”.Questo tipo di bilanci potrebbero essere fatti dalle Regioni, per redigere correttamente i vari piani di qualità dell'aria, dell'acqua, per i rifiuti ecc. che le leggi pongono a loro carico.
    I bilanci ecologici aziendali, sono la base, innanzitutto, per la costruzione dei bilanci territoriali: consistono nella contabilizzazione di tutti i flussi in entrata e in uscita di materie prime, aria, acqua, energia, beni intermedi, prodotti finali, rifiuti. Espongono quindi la situazione dell'azienda rispetto alle norme sui rischi industriali e sull'ambiente di lavoro interno.
    La lettura del bilancio ecologico di un'azienda permette di valutare come questa si collochi rispetto alla media e alle punte più avanzate del suo settore in termini di minimizzazione degli impatti sull'ambiente. Insomma, quasi un “MODELLO UNICO Ambientale” in cui sarebbero raccolte tutte le informazioni che già oggi le aziende devono fornire in base a diverse leggi ambientali (per il catasto dei rifiuti e degli scarichi idrici, per la normativa sull'aria, sui rischi industriali, sul rumore ecc.). In altri termini, ci rende consapevoli circa gli scambi assoluti impresa-ambiente mettendoci in grado di valutare l'efficienza ambientale dei processi e dei comportamenti aziendali.
    Naturalmente la possibilità di utilizzare questo sistema sarebbe legata all'accettazione da parte dell'azienda di far certificare il proprio bilancio ecologico da parte di un organismo indipendente.
    I bilanci di prodotto, infine, analizzano un bene “dalla culla alla bara” cioè dalla fase di estrazione della materia prima, fino allo smaltimento o al riciclaggio del rifiuto. Anche questo eco-bilancio si propone di minimizzare gli effetti ambientali del prodotto durante tutto il periodo di utilizzazione, nonché di minimizzare la quantità e la pericolosità del rifiuto sia del prodotto, sia del suo imballaggio. Questo percorso è tutt'altro che semplice, perché occorre valutare impatti diversi sull'ambiente: nella fase di costruzione e in quella di utilizzo e gli effetti sull'ambiente di materiali diversi, diversi consumi energetici ecc.
    Si possono utilizzare metodi che aggregano tutti i giudizi in un punteggio finale, altri che si limitano a valutare se il prodotto raggiunge o supera un certo standard per ognuno dei criteri di giudizio considerati. In ogni caso, pur con le perplessità che possono sorgere di fronte alle difficoltà di rilascio delle cosiddette eco-etichette, si tratta di una via percorribile, anche perché l'ambiente sta diventando un requisito essenziale di vendita dei prodotti.
    del tutto evidente che questo approccio mentre permette di cominciare a disegnare i contorni di un modello di sviluppo sostenibile, con stili di produzione e di consumo che stiano dentro i limiti ecologici del pianeta, rappresentano uno strumento con cui le aziende possono ricomporre in modo unitario tutte le politiche aziendali e monitorare i loro stessi comportamenti salvaguardandosi da sanzioni penali e pecuniarie.

    Tommaso Basileo

























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