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di Maria Santini:
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Appartenere a qualcuno

di Maria Santini

Ogni estate si ripete, in tutto il nostro paese senza distinzione di latitudine, la vergogna dell’abbandono degli animali domestici: assimilati a cose, vengono “buttati” perché la famiglia possa andare in vacanza. Non vale che moltissimi alberghi e pensioni accettino ormai gli animali, o che si siano moltiplicati, specie nelle grandi città, i dog e cat-sitter, nella persona di ragazzi fidati e di modeste pretese: Fido e Micio diventano un ingombro, un inciampo, vanno annullati, cassati nel modo peggiore.
Perciò io dico a chi medita di abbandonarli: non fatelo! Provate a mettervi, per una volta, al posto loro!

Sfoglia il Catalogo dei SeBook - UN RACCONTO PER L'ESTATE


L'amato gatto Tristano
di Maria Santini

Accantonato il nonno all’ospedale, abbandonata nel cortile di un casermone popolare la gatta con il gattino, non rimaneva alla famiglia Lattanzi che sperdere Tobia, il bastardino bianco e marrone, onde potersi poi godere la meritata vacanza nella località balneare in cui da mesi avevano prenotato la pensione.
Tobia lo lasciarono in autostrada: così era proprio sicuro che non potesse ritrovare la via di casa. Fatto scendere il cagnolino dalla Fiat Punto bianca, Massimo, ragioniere trentacinquenne, ingranò la prima con la fermezza di chi ha compiuto un dovere, segnalò con la freccia a sinistra e ripartì. Sua moglie Caterina, impiegata postale trentaduenne, scartò una gomma americana e se la mise in bocca. Poi, senza voltarsi, tese il pacchetto alla figlia, seduta dietro.
-Vuoi?
Ma la dodicenne Arianna, una bambina esile, non molto graziosa, ignorò il gesto materno: era girata per guardare, dal lunotto posteriore, Tobia, seduto perplesso e non ancora consapevole dell'abbandono sulla corsia d'emergenza. La bambina continuò a fissarlo finché una curva non le nascose il cane oramai ridotto a un puntolino: allora scoppiò in un pianto rumoroso.
- Non fare la stupidina ‑ la redarguì blandamente la madre ‑ non hai visto che è entrato in quel campo? ‑ non era minimamente vero ‑ laggiù c'è la casa colonica,se lo prenderanno i contadini. Un cane da guardia fa sempre comodo, in campagna.
- Da guardia il mite, piccolo Tobia? Arianna replicò, tra i singhiozzi:
- Gli volevo tanto bene... Mi avevate promesso che potevo tenerlo.
‑ Alla pensione ci hanno detto chiaro e tondo che non lo volevano ‑ replicò la madre infastidita, sempre masticando gomma.
‑ Potevamo almeno portarci Bianchina e Nerino. Sarebbero stati in camera... Sono così puliti, io avrei cambiato la cassettina e...
‑ See, figurati, due gatti in camera d'albergo. E poi li abbiamo sistemati nel modo migliore, dai retta alla tua mamma. I gatti soffrono, chiusi in appartamento. Hai visto quanti ce n'erano in quel cortile? Vuol dire che stanno bene, hanno chi gli dà da mangiare e si godono la loro libertà.
Arianna continuò a piangere in silenzio. Inutile ricordare a sua madre l'accoglienza riservata ai due timidi intrusi che invadevano il loro territorio dagli scheletriti gatti del cortile: inutile rammentare la portinaia armata di scopa che inveiva contro di loro dopo che,lasciati i due micetti, ripartivano a tutta velocità.
Il ragionier Massimo, che fino a quel momento non aveva preso parte alle chiacchi delle sue donne, intervenne, brusco e stizzoso perché il pianto della figlia, per altri versi da lui viziatissima, lo innervosiva:
‑ Tu piuttosto, Arianna, fai a meno d’ ora in poi di portarci a casa gli animali vai raccogliendo. Sai benissimo che non possiamo tenerli.
‑ Ma perché non mi ci avete lasciato, a casa? Potevo stare col nonno che così non finiva all'ospedale e tenermi Tobia, Bianchina e Nerino...
‑ Ma fammi ridere ‑ replicò, sarcastica, la madre ‑ s'è mai vista una ragazzina di dodici anni che se ne rimane d'agosto, al caldo, con un vecchio di ottantaquattro po'... un po' svanito? ‑ veramente la parola giusta per il suocero sarebbe stata 'rimbambito' ma la donna non osò essere così cruda per riguardo a Massimo.
‑ Il nonno non è svanito. Non tanto, almeno.

Il ragioner Massimo mise la freccia a destra dirigendosi alla piazzola di una stazione di servizio.
‑ Non so voi ‑ dichiarò ‑ ma io muoio di sete.
‑ E io ho bisogno del bagno ‑ disse Caterina. Arianna si asciugò gli occhi con un fazzolettino di carta e non disse niente.
L'area di servizio era deserta ‑ erano le tre di un afoso pomeriggio di fine luglio e il ragionier Massimo posteggiò proprio vicino alla porta vetrata del bar. Scesero dalla Punto e la famigliola si separò: la madre seguì la freccia che indicava le toilettes mentre padre e figlia entravano nel bar.
Dentro era fresco e semibuio, specie in confronto alla luce accecante del piazzale . Ed era vuoto: c'erano soltanto la cassiera, una ragazzetta dipinta, il barista, un omaccione, e, più lontani, accanto al banco dei souvenirs, due stranieri spilungoni, chiaramente nordici, che sceglievano delle cartoline.
‑ Vuoi un gelatino, cocca? ‑ chiese il ragionier Massimo alla figlia. Ma la ragazzina non poté rispondere perché alla voce di suo padre si sovrappose quella burbera del barista:
‑ Ehi, bambina, ma non l'hai visto il cartello sulla porta?
Ci fu un attimo di stupito silenzio: poi Massimo chiese, un po' titubante:
‑ Ma... sta dicendo a mia figlia?
‑ Bambina ‑ ripeté il barista ignorandolo ‑ qui lui ‑ e indicava proprio il padre ‑ non può entrare. Riportalo fuori.
‑ Ma che cavolo... ‑ cominciò Massimo in un tono in cui l'ira si mescolava allo stupore.
‑ Vedi? ‑ il barista alzò la voce contro la bambina intimidita ‑ fa pure chiasso. Ti devi sbrigare a portarlo fuori? Ma sei sorda, handicappata o cosa?
‑ Ma come si permette di trattare così mia figlia? – sbraitò Massimo lanciandosi verso il banco. Mentre la cassiera si metteva a urlare, terrorizzata, e i due stranieri sul fondo rimanevano immobili e allibiti con le mani piene di cartoline, il barista afferrò svelto la prima bottiglia che gli capitò a tiro e, servendosene come di un'arma, la roteò davanti alla faccia Massimo.
‑ Pussa via, sai o ti spacco la zucca! ‑ e rivolto alla cassiera ‑ e tu Marisa, piantala di strillare e chiama i carabinieri!
‑ Andiamocene, papà ‑ sussurrò Arianna terrorizzata.
‑ Sì, ce ne andiamo ‑ proclamò il ragionier Massimo indietreggiando di fronte alla bottiglia minacciosamente brandita da un pugno enorme ‑ ma ve li portiamo noi,i carabinieri! Roba da pazzi!
Padre e figlia uscirono nella canicola in tempo per vedere la rispettiva moglie e madre giungere di corsa ed infilarsi velocemente nella Punto...
‑ Che succede, Caterina? ‑ chiese il marito entrando lui pure nella macchina. Intanto stava arrivando, trafelata, una donna anziana con un grembiule di rigatino bianco e rosso che agguantò Arianna per un braccio.
‑ Ah, così era tua? ‑ disse additando la tremebonda Caterina ‑ e dove sono tuo padre e tua madre? Dentro, eh? ‑ ed indicava con il mento il bar ‑ e hanno mollato libera questa sporcacciona che ha fatto pipì nella mia toilette, ha fatto! Dico, non è abbastanza che io per campare debba pulire lo sporco dei cristiani?
‑ Senta lei... ‑ cominciò il ragionier Massimo in una pausa dello sfogo di quella furia - non so cosa stia succedendo qui, ma...
‑ Pussa via, tu! Mica mi fai paura, sai? ‑ la donna lo avvolse in un'occhiata di disprezzo ‑ e adesso ne vado a dire quattro ai tuoi, ragazzina. Mi sentiranno! ‑ ed entrò nel bar a passo di marcia, sbraitando: ‑ chi sono i padroni di quella Punto là fuori?
Sali, presto, Arianna! E andiamocene, Massimo, andiamocene. Quella è una pazza pericolosa. Dio mio ‑ Caterina singultava dalla paura ‑ voleva prendermi a scopate!
‑ Va bene, va bene, ce ne andiamo ‑ rispose il marito girando la chiavetta di accensione ‑ ma i carabinieri non glieli leva nessuno, a questi screanzati!
Uscirono dalla stazione di servizio proprio mentre il barista e l'inserviente delle toilettes si facevano sulla porta del bar, urlando e agitando le braccia.

Al prossimo casello d'uscita mancavano sessanta chilometri, macinando i quali il ragionier Massimo ridimensionò notevolmente i suoi bellicosi progetti.
‑ Il fatto è che non abbiamo testimoni ‑ convenne ‑ quei due stranieri nel bar non avranno capito niente e poi vai a ripescarli. E il tempo che dovremmo perdere...
‑ Ma sì, lascia stare, Massimo ‑ supplicò Caterina ancora tremebonda ‑ il solo pensiero di rivedere quella donna...
‑ Vuoi dire che scriverò alla Società delle Autostrade e se mi gira anche ai giornali ‑ affermò virilmente il marito ‑ sì, farò proprio così. Insomma, mica si possono permettere di trattare in questo modo la gente perbene e farla franca!

La pensione Florida si presentava molto bene. Era sul lungomare: la precedeva un ameno giardinetto in cui crescevano palme e oleandri. Era pomeriggio inoltrato, ma faceva ancora molto caldo quando i Lattanzi arrivarono. Massimo trovò un bel posto libero per la macchina proprio davanti al giardinetto.. Sostarono un attimo, ammirati e compiaciuti con se stessi per la buona scelta, poi entrarono. Arianna precedeva i genitori portando un borsone di tela gialla.
‑ Ciao, piccola! ‑ una matronale signora in prendisole nero stampato a grandi rose rosse si faceva loro incontro ‑ sei la bambina dei Lattanzi, vero? Vi aspettavo propri a quest'ora, siete puntualissimi. Adesso mando il ragazzo ad aiutare papà e mamma: Emanuele! ‑ chiamò forte voltandosi indietro e al ragazzotto in grembiule marrone che subito apparve ‑ sono arrivati i signori Lattanzi. Sono qua fuori. Aiutali con i bagagli .
‑ Siamo noi i Lattanzi ‑ spiegò il ragionier Massimo ‑ la macchina è quella Punto là fuori. E’ aperta. Ci sono ancora le due valigie grandi e...
La padrona della pensione gli diede uno sguardo preoccupato e poi, ignorandolo completamente, si rivolse ad Arianna:
‑ Che simpatici ‑ e il suo mento accennava al papà e alla mamma ‑ però, tesoro, avevo fatto patti chiari con i tuoi: loro qui non li potete tenere. Per me sarebbe indifferente ma gli altri clienti protesterebbero.
‑ Protestare? Non ci vuole più? Dopo che abbiamo regolarmente prenotato? ‑ esclamò Massimo in tono alto e vibrato.
‑ Lo vedi cara ‑ sospirò la padrona rivolta ad Arianna ‑ come è rumoroso? Non potete pretendere... Su, Emanuele, vai fuori e chiama i signori Lattanzi.
‑ Ma, insomma finiamola!
‑ Mi sembra di diventare pazza...
Le due voci di Massimo e Caterina si sovrapposero in una cacofonia inintellegibile. Un cliente che leggeva il giornale seduto su un divanetto alzò la testa meravigliato e chiaramente infastidito.
In quei momento la porta a vetri della pensione si aprì.
Di colpo tutti tacquero, fissando il nuovo arrivato. Questi era un signore molto anziano, bassino, asciutto. Ad onta del caldo e della località vestiva un dignitoso abito beige e portava la cravatta. Da tutta la sua persona emanava un'aura di tranquilla autorità.
Fu Arianna la prima di riconoscerlo.
‑ Nonno, nonnino! ‑ esclamò correndo ad abbracciarlo. Il vecchio signore la ricambiò con tenerezza.
Massimo era sbalordito.
Papà! ‑ articolò ‑ ma come è possibile? Come sei arrivato qui? Trecento chilometri...
‑ Ti abbiamo lasciato all'ospedale ‑ rincarò Caterina ‑ non capivi niente, tremavi tutto ‑ e fissò le vecchie mani che ora apparivano fermissime.
Ma il nonno, ignorando completamente figlio e nuora, passò un braccio intorno alle spalle di Arianna e si rivolse, sorridendo, alla padrona della pensione.
‑ E andata così ‑ la sua pronuncia era chiarissima, come se miracolosamente la ia dentiera non ballasse più ‑ Mio figlio e mia nuora non possono più venire... Un improvviso impegno di lavoro di Massimo, Allora per non far perdere il mare alla nipotina sono venuto io a stare con lei…Invece di una tripla ci può dare due singole?
‑ Certamente ‑ sorrise la padrona conquistata dalla semplice dignità dei vecchio signore ‑ poi, nuovamente preoccupata ‑ ma quelli? ‑ e accennava a Massimo e Caterina.
‑ Oh, quelli ‑ il vecchio avvolse il figlio e nuora in un'occhiata di compatimento - La bambina è troppo timida per spiegare... ‑fece un gesto disinvolto con la mano non ci appartengono. Ma ora ci penso io. Su, belli, venite - prese con una mano la mano di Caterina con l'altra quella di Massimo e li condusse, cosi sbalorditi da non essere in grado di reagire, fuori dalla porta ‑ Ecco fatto! concluse con gentile fermezza.
Fuori, Massimo recuperò la parola. E la rabbia:
- Mi dispiace tanto per papà, ma io adesso ai Carabinieri ci vado proprio ‑ disse avviandosi a grandi passi alla Punto. La moglie lo prese per il braccio, implorante:
Lascia perdere!
-Come sarebbe? Lasciar perdere? Ma…
- E’ tutto così strano... prendiamo la macchina e andiamo via, ti prego.
Ma Massimo non poté replicare perché in quei momento usci dalla pensione il giovane inserviente che, come li vide vicini all'automobile, gridò: - Ancora qui, voi due? ‑ e fece l'atto di tirare un calcio a Caterina che era la più vicina ‑ filate! o devo cacciarvi con la scopa?
E Massimo e Caterina corsero via, il cuore in tumulto, avviandosi in una direzione qualsiasi.

Correvano senza meta, mentre pareva che tutti ce l'avessero con loro. Un'aristocratica pechinese, che incedeva sussiegosa sulle corte zampette, strappò quasi il guinza dalle mani del padrone per avventarsi su Massimo, abbaiando istericamente.
‑ Buona, buona, Turandot! ‑ tentò di chiamarla il padrone e, lungi dallo scusarsi con Massimo ‑ e tu pussa via! Via! Indietreggiando, spaventata, Caterina andò urtare contro un passeggino spinto da una giovane madre:
‑ Scusi, signora... ‑ Ma quella, raddrizzando il carrozzino, si allontanò a grandi passi, proclamando con voce alta e sdegnata:
‑ Non dovrebbero lasciarli liberi così, in mezzo alla gente. Altre persone annuirono e guardarono la coppia Lattanzi con ostilità.
‑ Traversiamo ‑ balbettò Caterina intimidita, prendendo per mano il marito. Ma una macchina che arrivava piuttosto veloce non fece il gesto di frenare se non all'ultimo momento. Vi fu un brusco stridio di gomme mentre Massimo e Caterina si mettevano in salvo sull'altro marciapiede.
‑ Maledetti! ‑ gridò il conducente mostrando il pugno.

Era buio, adesso. Tutti gli alberghi e i ristoranti all'aria aperta del lungomare sfavillavano di luci. La gente sedeva ai tavolini tranquilla e soddisfatta, mangiando, bevendo ridendo.
In uno dei ristoranti a mare c'era ancora un tavolo libero.
‑ Proviamo? ‑ dissero gli occhi di Massimo ‑ proviamo ‑ risposero gli occhi di Caterina.
Si lasciarono cadere sulle sedie, affranti. Per un po' non accadde nulla. Poi arrivò cameriere, gli occhi fissi su di loro.
-Ma guarda un po'... ‑ esclamò seccatissimo, poi si voltò verso il tavolo vicino dove due coppie giovani stavano cenando e, additando i Lattanzi, ‑ sono di lor signori? ‑ ottenuto un diniego, sbatacchiò il tovagliolo che aveva al braccio sulla faccia del più vicino Massimo, ordinando ‑ giù dalla sedie, tutti e due!
‑ Li lasci stare ‑ disse uno dei commensali ‑ non danno fastidio. ‑ E poi a Massimo: ‑ qua, amico ‑ e gli gettò ai piedi una costoletta mezzo rosicchiata. Il cameriere fece una faccia contrariata, ma, non osando discutere con dei clienti, si allontanò.
Massimo esitò un attimo: fu Caterina che si chinò, afferrò l'osso e lo addentò. Quel gesto di lei fece sentire al marito tutta la fame e la debolezza che anche lui provava, prostrato com'era dall'infernale giornata: si avventò su Caterina, le strappò l'osso rosicchiato e se lo cacciò in bocca, triturandolo con denti forti e appuntiti.
‑ Su, amico, non essere egoista, ce n'è per tutti e due ‑ rise, divertito, il commensale di prima gettando un altro pezzo di carne che Caterina afferrò con un sordo brontolio. Il secondo uomo della comitiva, ridendo, tirò pure lui qualcosa.
‑ Basta, non gli date altro se no non ce li leviamo più di torno ‑ disse una delle donne: ma gli altri tre non la ascoltarono e continuarono a gettare bocconi, divertiti al vedere come Massimo e Caterina se li disputavano.
Quando le due coppie, pagato il conto, si alzarono, i Lattanzi, scambiatisi uno sguardo, li seguirono: in fondo, quelle erano le uniche persone che in quel giorno non li avessero maltrattati.
‑ Ecco, vedete? ‑ ci vengono appresso ‑ disse la stizzosa di prima ‑ ve l'ave detto che non ce li levavamo più di torno!
‑ Sì, ci mancherebbe ‑ disse uno dei due uomini e batté forte le mani quasi sulla faccia di Massimo e Caterina ‑ sciò! sciò, ragazzi miei! La festa è finita!
I due Lattanzi rimasero desolati, silenziosi a guardare la piccola comitiva che entrava in una Audi. Poi, non sapendo dove altro andare, tornarono verso la terrazza dei ristorante. Là il cameriere di prima, tutto stizzito, stava spazzando per terra dove loro due si erano disputati le ossa.
‑ Guarda qui cosa mi hanno combinato di sporco e di unto! ‑ borbottava. Poi alzò ,la testa e li vide. Il suo volto si contrasse dalla rabbia.
‑ Di nuovo qui, voi due? Pussate via subito!
E li prese a scopate.
Era tardissimo. Man mano i ristoranti e i bar dei lungomare si erano vuotati e non circolava quasi più nessuno. Massimo e Caterina si trascinavano senza meta non riuscendo a trovare un posto dove riposare un poco: per quanto fosse tardi, si imbattevano sempre in qualcuno che li scacciava.
Da lontano cominciarono a sentire un gracidare di radioline che andavano a tutto rock, misto al suono di voci giovanili alte e petulanti. Avvicinandosi, in una rotonda che dava sul mare videro un gruppo di giovani e di ragazze seduti sulle motociclette.
E improvvisamente Caterina ebbe un tuffo al cuore: in una ragazzina seduta sulie ginocchia di un coetaneo le parve di riconoscere sua figlia.
‑ Arianna! ‑ gridò correndo ad abbracciarla. Ma quella, una perfetta estranea, si sottrasse ai suo contatto levando grida acute e isteriche.
‑ Non li sopporto, mi fanno paura!
E fu così che Caterina si prese dall'amico della ragazza un calcione in piena faccia che le riempì la bocca di sangue e la mandò a rotolare lontano.
‑ Lasciala stare! ‑ gridò Massimo precipitandosi a soccorrerla. Tutti risero.
‑ Proprio una bella coppia ‑ motteggiò un altro ragazzo bersagliando Massimo con una lattina di birra.
Ehi, mi viene un'idea ‑ gridò un terzo giovane ‑ che ne dite di dargli fuoco, a questi due? Così imparano a rompere. Ho una tanichetta di benzina...
Si levò un coro di entusiastica approvazione. Ma Massimo e Caterina non attesero un secondo: scapparono a gambe levate verso l'oscurità di un viale.
‑ Manco avessero capito! ‑ li raggiunse una voce giovanile beffarda ‑ dai, prendiamoli!
Tutte le motociclette si misero in moto.
Massimo e Caterina fuggivano lungo il viale, bordato da fitte siepi: impossibile trovare un nascondiglio. Dietro, le motociclette incalzavano, con i fari che spazzavano il buio della notte. Poi, d'improvviso, la salvezza: oltre una curva, la siepe si diradava. I due Lattanzi i tuffarono nel varco appena in tempo, prima che i fari degli inseguitori illuminassero la curva. Con immenso sollievo i fuggiaschi sentirono i motori imballati proseguire la loro folle corsa, il rombo affievolirsi...
Si allontanarono comunque dal varco che li aveva salvati: i giovinastri potevano tornare indietro e scoprirli. Si addentrarono in quello che pareva un prato strascinandosi finché, sfiniti, si buttarono in terra: per un bel pezzo ansimarono, prostrati dalla corsa e dall'arsura che li divorava.
Si addormentarono nella notte calda, stretti l'uno all'altra, ognuno baluardo del compagno contro un mondo che pareva impazzito.
L'alba aveva appena schiarito il cielo quando il latrare di un cane li svegliò da un sonno inquieto. Furono desti di soprassalto, il cuore in gola:
‑ Cos'é! ‑ balbettò Caterina ‑ e poi ‑ Dio mio, scappiamo, Massimo, scappiamo!
La luce ancora incerta mostrava loro che si trovavano in un campo di stoppie distante da una casa colonica; e da quella direzione stava correndo verso di loro, seguito da un cane, un contadino che agitava qualcosa con un braccio...
Un fucile.
‑ Rognosi bastardi! ‑ gridava l'uomo ‑ siete voi che mi sgozzate le galline! Adesso vi aggiusto! ‑ si fermò e prese la mira.
‑ Presto, presto!
Massimo correva avanti e Caterina gli ansimava appresso. Il buco il varco dal quale erano passati quella notte, dov'era? In quale direzione?
Il fucile sparò. Caterina mandò un grido e cadde.
Massimo era ormai al di là della pietà: anzi fu grato al diversivo che stava per essere la salvezza. Con tutto il suo peso, con tutto l'impatto della corsa, si buttò nella fitta siepe, divellendo quasi un cespuglio, insensibile al rantolo di dolore della moglie che si torceva in terra, nel campo. Ma il fuggiasco non si sentiva ancora in salvo: superata la siepe, graffiato, lacerato, sanguinante, si buttò ciecamente in mezzo alla strada…
‑ Fortuna che non ha frenato ‑ disse il secondo autista al conducente del Tir mentre l'automezzo proseguiva a velocità sostenuta ‑sai che sbandata, se no! Quella Mercedes la prendevamo in pieno.
Sono mica scemo ‑ replicò l'autista ‑ non ci ho pensato un attimo, a frenare. Quel cane era proprio grosso. Bestiaccia idiota! Traversare la strada in quel modo, maledetto randagio!

Maria Santini


Questo racconto ora aggiornato è stato pubblicato per la prima volta nel testo di Educazione ambientale
«Anch’io sono una stagione» (Tecnodid, Napoli).

Maria Santini  è nata a Torino ma vive a Roma da molti anni. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere storico e fantastico, si è occupata di narrativa per la scuola rivisitando, in uno stile avvincente e personalissimo, i luoghi della memoria. L'insaziabile curiosità intellettuale è un dato caratteristico di questa scrittrice che offre al lettore una qualità di scrittura e una capacità narrativa assai rare.

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