TARDOROMANTICO O NOVECENTISTA?
Pascoli, un poeta osannato ma anche discusso.
A quale corrente appartiene?
I più lo collocano tra i maggiori rappresentanti del Novecento. Altri obiettano: «Non scordate le sue radici tardoromantiche». Romanticismo è libertà d'espressione, spontaneità e creatività in antitesi alle rigide norme del razionalismo imperante nel Settecento. E' anche "comunione con la natura". Chi più di Pascoli ha descritto la natura, una natura anche crepuscolare come nel "Gelsomino notturno"? Chi più di Pascoli ha spesso indugiato sul macabro (il ricorrente tema della morte) anche se abilmente camuffato in veste poetica?
Ma tutto ciò può essere un antico sedimento. Non si può infatti negare, sostengono altri, la modernità di un poeta che riscopre il filone popolaresco (o "populistico" sostengono alcuni detrattori) e che, con una poesia simbolistica e un linguaggio talmente nuovo da usare parole straniere o dialettali, s'impone come un autentico innovatore. Questa poesia è ricca di contenuti, di intime sofferenze e grandi meditazioni. Altro che poesia puramente "decorativa" come, contro Pascoli, sostiene il suo grande "picconatore" Benedetto Croce!
Questo, forse, può essere vero solo guardando ai «Poemi conviviali». Per il resto, è tutto un ribollire d'inventiva che avvicina ai tempi moderni. Una prova?
Si accorge di non avere una visione del mondo e se la costruisce a base di mistero e di fratellanza universale. Gli manca una poetica nuova e lui tira fuori quella del "fanciullino". Si accorge che la sua poesia, un impasto di cultura europea e di espressioni dialettali (vedi "Italy") non ha nulla d'italiano e ripara sui miti della razza.
Se Pascoli non fosse attuale non avrebbe fatto scuola. Perché il suo novecentismo ha indubbi riflessi sulla poesia contemporanea. La sua influenza si riverbera sui poeti crepuscolari come Moretti (che accolsero la componente apparentemente familiare di componimenti come «La canzone della granata») e sul filone della poesia dialettale sino al momento più alto che è quello di aver anticipato l'uso simbolico degli oggetti che troverà in Montale la sua piena attuazione.
Gian Luigi Ruggio
[Sono talmente d'accordo con quanto ha appena affermato Gian Luigi Ruggio, e che mi auguro offra lo spunto per un dibattito tanto ampio quanto approfondito, da aver deciso di affrontare l'impresa di rilanciare Giovanni Pascoli e la sua poesia. Intendiamoci: non è un progetto nato ieri. Esattamente quattro anni fa, invitai Gian Luigi Ruggio, da un quarto di secolo Coservatore dei Beni Pascoliani custoditi nella Casa Pascoli a Castelvecchio di Barga (oggi Castelvecchio Pascoli), a scrivere la prima biografia del poeta. Infatti, per strano che possa sembrare, nessuno aveva mai realizzato un'opera del genere. E tutto si era fermato a un manoscritto autobiografico pubblicato dalla sorella Mariù. Ebbene, Gian Luigi Ruggio ha ora portato a termine la sua opera che tra alcune settimane giungerà nelle librerie pubblicata dalla mia Simonelli Editore. Un'opera di ben 504 pagine, con un'ampia antologia dei versi migliori di questo poeta che, ripeto, considero tutto da riscoprire. E mi auguro che il volume (in cui il rigore del ricercatore si fonde con la qualità narrativa e la leggibilità tipiche dei libri di una casa editrice che sta dimostrando come cultura e divulgazione possano piacevolmente convivere) contribuisca in maniera fondamentale a questa operazione che rientra, come dire, nelle "pulizie di casa di fine millennio". Giovanni Pascoli non è quel protagonista marginale della nostra storia letteraria come l'arroganza di molti intellettuali "in carriera" vorrebbe far credere. E comunque la si pensi, la sua vita e la sua opera meritano un ulteriore approfondimento. A questo scopo offro appunto due strumenti: il volume di Gian Luigi Ruggio (chi volesse prenotarlo fin d'ora può inviare una mail) e queste pagine de L'Istrice dove verranno messi on line tutti gli interventi che giungeranno per lettera o per mail a patto che non siano più lunghi di trenta righe. Luciano Simonelli]