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Quando leggere è un piacere
e una autentica passione
    
Milano, 19 Gennaio 2010

L'«opera mondo»
di Roberto Bolaño

  Non capita tutti i giorni di perdere la testa per un libro. Non sto usando una metafora. Intendo “perdere la testa” in senso letterale. Vale a dire sentirsi trascinare in un vortice di storie e di personaggi che entrano ed escono di scena, sostituiti da altre storie e personaggi, per poi ricomparire a centinaia di pagine di distanza e riallacciare un sottile e magico filo narrativo. Quando viviamo un’esperienza di lettura del genere vuol dire che siamo di fronte a una di quelle che, a ragione, sono state definite “opere mondo”.
  D’altra parte già la citazione, tratta da Baudelaire, che apre il libro la dice lunga: “Un’oasi di orrore in un deserto di noia”. Una frase che lo scrittore cileno Roberto Bolaño (1953 – 2003) ha posto come epigrafe al suo “2666”, lo strepitoso romanzo pubblicato nel 2004, un anno dopo la sua prematura morte avvenuta a Barcellona mentre era in attesa di un trapianto di fegato.
  Mille pagine divise in cinque parti che è impossibile riassumere, ma che partono dalla ricerca di un misterioso e introvabile scrittore tedesco scomparso nel nulla, Benno von Arcimboldi, nome d’arte che non a caso richiama il noto pittore del Cinquecento Arcimboldo, quello che dipingeva teste umane con frutti e vegetali. E la scrittura di Bolaño per molti versi si rifà alla stessa concezione: costruisce storie e immagini grazie al sovrapporsi di altre storie e immagini diverse tra loro. Una vicenda labirintica ambientata tra la vecchia Europa e una sperduta cittadina messicana, con un lungo excursus dedicato a una serie infinita di donne assassinate in modo truce. Un romanzo dalla struttura assai complessa e procedendo nella lettura a volte capita veramente di sentirsi persi nella foresta di segnali, riferimenti e suggestioni disseminati lungo il percorso da Bolaño, che si rivela un maestro nel mescolare realtà e irrealtà. Quasi alla fine della seconda parte del libro un personaggio fa una riflessione illuminante sulla concezione della narrativa che ha Bolaño:

“Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore”.

  Insomma, se vi piacciono le cose semplici e preferite aggirare gli ostacoli senza affrontarli mai a muso duro, “2666” non è il libro che fa per voi. Quello di Bolaño è un romanzo totale, che alla fine lascia molte domande insolute. Un’”opera mondo” perennemente in bilico tra verità e apparenza a cui è impossibile dare un ordine preciso, tanto è vero che l’autore riteneva che le cinque parti potessero essere lette separatamente e nella sequenza preferita dal lettore.
  Lo scrittore messicano Carlos Fuentes una volta ha detto che alla letteratura spetta di parlare di ciò che è invisibile dentro il visibile e possiamo dire che “2666” ne è una splendida prova. Leggendolo ci muoviamo a tentoni, confusi da segnali che stentiamo a riconoscere e che spesso scopriamo non significano quello che credevamo. Eppure in questo grande caos è possibile avvertire un suono lontano che ci rimanda a qualcosa di vagamente familiare. Sembra di sentire in sottofondo il battito del cuore di nostra madre quando ci portava in grembo. Alla fine di “2666” la prima impressione può essere di non essere arrivati da nessuna parte, ma, senza che ce ne rendessimo conto, Bolaño ci ha preso per mano e ci ha guidati verso un punto indefinito ma decisivo, quello dove giacciono tutte le nostre domande. Naturalmente senza nessuna risposta.


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Silvano Calzini

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  Silvano Calzini, milanese, laureato in Scienze politiche, terminati gli studi ha iniziato a lavorare come redattore editoriale presso varie case editrici. Oggi, cinquantenne, si è lasciato alle spalle l’entusiasmo iniziale, ma non l’amore per le buone letture, Londra, certi silenzi e altro ancora.  









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