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di Silvano Calzini

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Quando leggere è un piacere
e una autentica passione
    
Milano, 19 Luglio 2007

Federigo Tozzi:
autobiografia
di un'anima

   Uno scrittore da centellinare riga per riga, pagina per pagina. Solo così riuscirete ad apprezzarlo a pieno e a coglierne tutte le sfumature. Mi riferisco a Federigo Tozzi (1883 – 1920), uno dei padri, insieme a Svevo e Pirandello, della narrativa italiana del Novecento. La stessa critica ha faticato a riconoscerne la grandezza, scambiandolo per molti anni per un verista regionale, mentre in realtà è un autore la cui opera esprime un forte disagio interiore, proiezione del malessere esistenziale dello stesso Tozzi, e che si collega al filo conduttore della migliore letteratura del secolo scorso. Il mondo che descrive nelle sua pagine viene da una sofferta esperienza personale. La sua è dunque un’opera fortemente autobiografica, ma nel senso più nobile; uno scavo dentro l’incapacità di vivere più che la storia del vissuto. L’autobiografia di un’anima.
  Cresciuto in un ambiente ostile, alle prese con un padre-padrone rozzo e dispotico, lontanissimo dalla sua sensibilità, Tozzi per molti versi si avvicina a Kafka in questo mai risolto conflitto con la figura paterna. Uno scontro che ritroviamo nel suo romanzo più bello, “Con gli occhi chiusi”, scritto nel 1913, dove assistiamo al confronto aspro tra un padre che non vede nulla e un figlio che vede fin troppo e proprio per questo preferisce chiudere gli occhi.
  Il titolo allude anche alla solitudine spirituale di Pietro, il protagonista, mai in sintonia con la vita reale e incapace di comunicare con Ghisola, la ragazza che ama. L’immagine che Tozzi ci dà di Pietro, “inutile agli interessi stava bene sul letto con gli occhi chiusi” richiama una cecità fisica che è anche una incapacità spirituale di vedere. Come fosse accecato dalla sua esasperata sensibilità, infatti Pietro non riesce a vedere Ghisola come realmente è, molto diversa da lui, ma la idealizza e finisce per correre incontro a un’amara disillusione. La sua incapacità di vivere il rapporto amoroso così come fanno tutti lo avvicina a un altro grande personaggio della letteratura italiana: quell’Emilio Brentani raccontato da Svevo in “Senilità”. Tutti e due rientrano a pieno titolo nella nobile categoria degli inetti, quegli uomini condannati all’incomunicabilità e alla solitudine, perennemente frenati da una ipersensibilità che li rende inadeguati a un’esistenza piena e destinati a essere sconfitti dalla realtà quotidiana.
Molti anni più tardi il grande psichiatra inglese Ronald Laing in un suo straordinario libro, “L’io diviso,” a proposito di questi individui misteriosi e affascinanti, oppressi dalla consapevolezza di essere separati e distinti dagli altri, parlerà di “insicurezza ontologica primaria”, una definizione che si attaglia benissimo ai grandi inetti della letteratura.
  Anche gli altri protagonisti dei romanzi di Tozzi, da “Il podere” a “Tre croci”, hanno tutti smarrito il senso dalla vita e finiscono per perdersi nella loro solitudine. Personalità scisse, da un lato provano il sottile piacere di autoescludersi e dall’altro soffrono per la loro diversità emozionale. Questo senso di esclusione dagli altri e di distacco spesso mi ha fatto tornare alla mente l’immagine di Kafka. Ricordo di avere letto che tutte le persone a cui capitava di incontrarlo avevano l’impressione che fosse circondato da una parete di vetro e che vivesse in un mondo lontano.
  Tutta la narrativa tozziana è percorsa da questo filo conduttore. Anche in “Ricordi di un impiegato” incontriamo una di queste figure, Leopoldo, costretto a vivere in un ambiente impiegatizio in cui non si ritrova. Tozzi descrive così il suo disagio: “Tutte le volte che mi s’avvicina un uomo che io non conosco, ne ho paura; qualche volta anche se si tratta di un amico. Non ho paura propri di lui, ma delle conseguenze che ne posso derivare al mio spirito quand’egli cominci a parlare… E mi domando cosa significhi vivere”.

Silvano Calzini
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  Silvano Calzini, milanese, laureato in Scienze politiche, terminati gli studi ha iniziato a lavorare come redattore editoriale presso varie case editrici. Oggi, cinquantenne, si è lasciato alle spalle l’entusiasmo iniziale, ma non l’amore per le buone letture, Londra, certi silenzi e altro ancora.  


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