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di Silvano Calzini

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Quando leggere è un piacere
e una autentica passione
    
Milano, 13 Febbraio 2007

Quel
che resta
di Moravia
 

   P
er molti anni Alberto Moravia (1907-1990) è stato la figura dominante della vita culturale italiana. Una presenza continua e per certi versi quasi ossessiva. Interviste e dichiarazioni su tutto, firme a ripetizione su manifesti e appelli per la cause più svariate, reportage di viaggi, recensioni cinematografiche, programmi televisivi, protagonista addirittura della vita mondana e dei pettegolezzi per le varie compagne e mogli che si sono avvicendate al suo fianco. Poi, subito dopo la morte, su di lui è calato il silenzio. Improvvisamente nessuno ne ha più parlato, tutti hanno smesso di citarlo. Anche la famosa, o famigerata, "corte di Moravia", composta da un codazzo di amici, allievi e seguaci, autoinvestitasi di un potere quasi assoluto nel mondo intellettuale italiano, è rientrata nell'ombra, senza che nessuno ne sentisse la mancanza.
   In questi anni qualcuno si è lamentato dell'oblio in cui è finito Moravia, ma si sbaglia. E di grosso anche. In realtà c'era proprio bisogno di questo silenzio. è stato un vento benefico e rigeneratore, che come una mareggiata ha spazzato via le tante cose inutili del Moravia versione grillo parlante e ha lasciato sul terreno quanto di buono Moravia scrittore ha fatto, e che non è poco. Parlo di alcuni suoi libri. Il primo "Gli indifferenti", scritto quando era giovanissimo e che lo rivelò come scrittore di razza, e ancora di più "La noia", uscito nel 1960.
   Sono due romanzi che racchiudono la sostanza più autentica di quello che resta di Moravia, e che riletti oggi non hanno perso niente. Anzi, gli anni trascorsi dalla loro pubblicazione ne confermano l'attualità e ci dicono quanto profondo fosse lo sguardo dell'autore. Due libri legati tra loro, perché l'"indifferenza" protagonista del primo la ritroviamo sotto forma di "noia" nel secondo. Il sentimento al centro delle due storie è lo stesso: l'incomunicabilità, l'incapacità di entrare in rapporto con le persone e le cose. Basta leggere le parole che nelle prime pagine de "La noia" dice Dino, il protagonista:
   "La noia è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà: per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l'effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta a un dormiente, in una notte d'inverno. La tira sui piedi ed ha freddo al petto, la tira sul petto ed ha freddo ai piedi, e così non riesce mai a prendere sonno veramente".
   "La noia" è la storia di Dino, un pittore che smette di dipingere alla prima riga del primo capitolo, e del suo rapporto amoroso con Cecilia, spinto agli estremi della disperazione. Ma soprattutto è un ritratto dell'uomo di oggi sperduto e senza appoggi, che sperimenta la propria inadeguatezza. Straordinaria la figura della ragazza, vero simbolo di un mondo dominato dall'incomunicabilità. Cecilia non ha pensieri, non ha memoria, non ha immaginazione, è incapace di veri sentimenti e si esprime solo attraverso il sesso. Anche quando parla sembra tacere, tanto le sue parole sono insignificanti e staccate dalla realtà: "Ti piace questo ricevimento?" le chiede Dino. E lei risponde "è un ricevimento." E ancora: "Com'è la tua casa".    "è una casa, come ce ne sono tante, non c'è niente da descrivere."
   Eppure via via che Cecilia si rivela limitata e banale, tanto più Dino la trova affascinante. Quando poi scopre che lei lo tradisce e non lo ama, il desiderio aumenta. Sempre più ossessionato, Dino tenta di possederla attraverso un'attività sessuale sfrenata, poi con il denaro, infine le offre addirittura di diventare sua moglie, ma Cecilia resta imprendibile. Rifiuta di sposarlo e con i soldi di Dino fa un viaggio insieme al suo amante. Ormai disperato, Dino tenta di uccidersi, ma è proprio durante la convalescenza, quando i suoi sentimenti verso la ragazza non sono più avvelenati dal desiderio del possesso, che impara ad amarla.
   Un romanzo bellissimo, con questa ragazza che è la personificazione da un lato della noia, e dall'altro anche un'immagine della vita, monotona e prevedibile, ma proprio per questo misteriosa e affascinate.

Silvano Calzini
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