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di Silvano Calzini

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Quando leggere un piacere
e una autentica passione
    
Milano, 5 Dicembre 2005

Il prigioniero Guglielmo Petroni

 “Come potevo non essere felice? Dovevo esserlo e lo volevo: ma l’inganno non resse. Camminavo in mezzo alla folla concitata, gli ultimi tedeschi fuggivano con i volti tetri, con le armi spianate, ma io sentivo ingigantire nel mio cuore il fastidio di tornare tra gli uomini: sentivo una fortissima attrazione per i giorni trascorsi nelle luride celle delle prigioni che avevo conosciuto in quelle poche settimane che parevano anni. Dunque la prigione, la libertà, non sono vera prigione, vera libertà? È forse il mondo stesso una prigione? Siamo forse noi stessi la nostra prigione, oppure è soltanto in noi, la nostra libertà? Gli altri son forse la tua prigione?”
 In queste riflessioni, fatte dal protagonista di “Il mondo è una prigione”, stanno il valore inestimabile di un piccolo grande libro, e purtroppo anche l’origine delle amarezze e dei dispiaceri per il suo autore, Guglielmo Petroni (1911 – 1993). Uomo di grande cultura e civiltà, appartato per carattere e per idiosincrasia con il mondo della letteratura, a cui per altro apparteneva per diritto.
 “Il mondo è una prigione”, scritto tra la fine del 1944 e il settembre del 1945, ricostruisce le drammatiche vicende vissute dall’autore: arresto da parte dei fascisti e dei nazisti, torture e peregrinazioni tra le celle della famigerata via Tasso e di Regina Coeli, prima del ritorno alla libertà, riconquistata grazie all’arrivo degli americani a Roma. Il romanzo apparve su una rivista nel 1948 e venne pubblicato dalla Mondadori nel 1949 dopo vari rifiuti, tra cui quello della Einaudi. Accolto con favore da alcuni critici di prestigio, fin da subito fu però bersaglio della cultura di sinistra, che lo accusò di disfattismo. Per Petroni, che era e si sentiva uomo di sinistra, fu un colpo molto duro, un’amarezza che non riuscì mai a cancellare, nonostante il fatto che, con il passare del tempo, certi giudizi vennero poi rivisti.
 D’altra parte il libro andava a cozzare contro il dogmatismo imperante in quegli anni. Una visione tutta ideologica e manichea della realtà, che divideva nettamente il mondo in bene e male e non ammetteva dubbi di sorta. In questa ottica l’Italia era un Paese che usciva trionfante dalla Resistenza e si avviava sulle ali di un entusiasmo generalizzato verso un futuro radioso. E invece “Il mondo è una prigione” metteva in primo piano tutta una serie di dubbi e di riflessioni individuali; più che sul dramma nazionale era costruito sull’esperienza privata del protagonista.
 Proprio questo carattere intimo e privato della storia fu quello che destò i maggiori sospetti e che portò all’accusa, gravissima allora in certi ambienti, di “individualismo borghese”. Illuminante in questo senso una riflessione presente nelle ultime pagine del romanzo: “Per le strade, per i cosiddetti salotti, ai comizi, tra la folla che esultava, senza sapere bene di che cosa, sempre di più compresi che cercare attorno a sé un nuovo appoggio, un nuovo equilibrio ai propri passi sarebbe stato vano; eppure quasi tutti cercavano fuori di se stessi, nelle strade, nelle parole degli altri. Ma il primo passo verso la vita non si può fare se non partendo dal fondo della propria anima”.
 In realtà, la visione lucida e disincantata di Petroni, oltre a rendere il libro un piccolo capolavoro e che in quanto tale parla ai lettori di ogni tempo, lavorava in profondità e metteva in luce verità scomode, oggi come allora. Le illusorie certezze di mondi nuovi e migliori, di palingenesi della storia valgono niente; sconfiggere un regime politico non vuol dire sconfiggere il male, che continua a vivere nell’animo degli uomini e fa parte della condizione umana, tragica e limitata, nella quale siamo tutti prigionieri e con cui dobbiamo fare i conti, giorno per giorno.

Silvano Calzini


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