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la
Bacheca Virtuale
di Silvano
Calzini
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Quando leggere è un piacere e una autentica passione
Milano,
1 Novembre 2005
Vasco Pratolini, mon amour
Quella per Vasco
Pratolini (1913 – 1991) è stata una delle mie prime cotte letterarie, presa
senza sapere bene perché, irrazionale e assoluta, come si conviene a ogni
cotta degna di questo nome. Ero al liceo e trovai i suoi romanzi nella
libreria di mio padre, editi nella vecchia collana Mondadori dei Narratori
Italiani. Non ricordo neanche quale fu il primo che lessi, fatto sta che mi
prese subito e divorai quasi tutta la sua produzione. Ricordo che accennai a
questa passione con qualche compagno di classe che mi guardò come un matto e
il professore di lettere a cui ne parlai casualmente mi condì via con un
sorrisetto e un commento del tipo “Ah, sì, Pratolini, uno scrittore delle
piccole cose e della piccola gente”. Offesissimo, tornai alle mie letture
sfrenate e solitarie. Con il passare degli anni ho scoperto altri scrittori
senza alcun dubbio più grandi di Pratolini e molto più vicini alla mia
sensibilità, ma ho conservato una fedeltà di fondo a questa mia passione
giovanile.
L’opera di Pratolini può essere divisa in due parti: la prima
comprende romanzi come “Il quartiere”, “Cronaca familiare”, “Le ragazze di
San Frediano”, “Cronache di poveri amanti”, costruiti sul filo della memoria
e della rievocazione familiare; la seconda è quella della trilogia “Una
storia italiana”, con i romanzi “Metello”, “Lo scialo” e “Allegoria e
derisione”, oltre alla “Costanza della ragione” che fa storia a sé. Negli
anni Quaranta e Cinquanta fu uno scrittore di buon successo, anche grazie
alla trasposizione cinematografica di diverse sue opere. Poi con la
conclusione della trilogia a metà degli anni Sessanta la sua vena si esaurì
e negli ultimi 25 anni di vita si dedicò alla riscrittura di alcuni suoi
vecchi libri senza pubblicare più niente di nuovo e significativo. Un finale
malinconico per un uomo che della letteratura aveva fatto una ragione di
vita. Oggi è uno dei tanti dimenticati.
Le critiche che gli sono state rivolte, un certo populismo,
una tendenza al bozzetto, un realismo di maniera sono senz’altro
giustificate e ne mettono in evidenza i limiti, ma per me Pratolini resta un
autore con dei meriti. Uno dei rari casi nella asfittica narrativa italiana
di scrittore che pensa in grande, forse anche al di là dei suoi mezzi, ma se
ha osato troppo non lo ha fatto per presunzione ma per generosità.
“Lo scialo”, il romanzo che amo di più, ricostruisce gli anni
tra il 1910 e il 1930 attraverso le vicende della piccola e media borghesia
della sua Firenze e del graduale scivolamento di questa classe da un
generico socialismo al compromesso con il fascismo. Un libro che è anche una
lezione di storia e che andrebbe fatto leggere nelle scuole per fare capire
come si è affermata la dittatura, giorno dopo giorno, nella vita quotidiana
degli italiani, fino ad arrivare a quelli che Renzo De Felice più tardi
avrebbe definito “gli anni del consenso”.
“Lo scialo” è la prova di quel pensare in grande di Pratolini.
Un romanzo di più di 1300 pagine, smisurato e minuzioso al tempo stesso, con
una folla di personaggi, che comprende fluviali monologhi interiori, scene
di massa, delitti, scene erotiche, avventure e coincidenze romanzesche e
soprattutto nessuno mi toglie dalla testa concepito per confrontarsi con i
grandi della letteratura: Dickens, Balzac, Joyce, Thomas Mann. Una sfida
impari, nella quale, lo dico con una stretta al cuore, Pratolini, e con lui
la narrativa italiana, esce sconfitto, ma che fa di lui uno scrittore vero e
degno ancora oggi di essere letto.Silvano Calzini
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