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di memoria, cultura e molto altro...




Rubrica ad aggiornamento settimanale


 

15 giugno 2003

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Qualche "bollicina" fa ho parlato del grande Tazio Nuvolari perchÚ quest'anno ricorrono i cinquant'anni della sua morte, avvenuta nell'agosto del 1953. Sto veleggiando a tutto vapore verso la centesima "bollicina" e non credo di essermi mai ripetuto negli argomenti (se l'ho fatto, l'ho fatto sicuramente in buona fede) e credo di non aver mai riempito una "bollicina" della stessa aria con cui ho gonfiato tutte le altre. Ma questa volta faccio, come si dice, uno strappo alla regola, e ritorno a parlare di Nuvolari dopo aver letto quanto scrisse su di lui, il 7 settembre 1956, il giornalista Orio Vergani (1892-1960) del quale ho appena terminato di leggere il suo straordinario diario intitolato "Misure del tempo", curato da Nico Naldini per le edizioni Baldini & Castoldi.

Quanto vi dir˛ adesso non c'entra nulla con Nuvolari, ma mi sento in dovere di consigliare ai miei lettori (ammesso che ne abbia) di leggere questo diario di Vergani che, al di lÓ dei giudizi che si possono leggere nella quarta di copertina (da Montanelli ad Afeltra, da Ajello a Petacco), merita veramente di essere letto. ╚ un libro che suscita emozioni, che diverte, che intenerisce, che commuove e che mette in contatto il lettore con personaggi che appartengono ormai al mito. Sono arrivato all'ultima pagina di questo diario (la numero 578) col dispiacere di vedere in quella successiva l'indice dei nomi, a dimostrazione che il libro, purtroppo, era da considerare veramente finito.

Peccato! Peccato davvero!

E ora torniamo a Nuvolari e a questa tenerissima pagina che Vergani ci regala a ricordo del campione. Nuvolari Ŕ seduto su una panchina e sta osservando il lago di Garda. I grandi laghi hanno sempre qualcosa di malinconico, come se quell'acqua calma e tranquilla fosse consapevole di non poter mai eguagliare il grande poema del mare. Vergani ha appena ordinato ai suoi ragazzi di andare a prendere il gelato e di lasciarli soli. "Ma non desideravo che Nuvolari vedesse i miei ragazzi. Avevano l'etÓ che, un giorno, avevano avuto i suoi. Non volevo che, ripartendo per Mantova, il padre infelice avesse davanti agli occhi l'immagine di un padre felice, come ero io". Un crudelissimo destino, infatti, gli aveva strappato due figli.

Poi su questo scenario sorge lenta la luna: "Su quella panchina, parlavamo a bassa voce davanti al silenzio del lago. La luna sorgeva al di lÓ della spalla del monte Baldo...". Quella Luna che aveva messo nel cuore di Tazio la voglia di correre, quella Luna "che fa biancheggiare i lunghi rettifili della campagna attorno a Mantova", quella Luna che nel leopardiano silenzio di una campagna che sembra non finire mai dava il senso del tempo e del suo trascorrere. "La luna - mi raccontava Tazio - viaggiava dietro ai pioppi e l'ombra degli alberi, nero su bianco, disponeva sulla strada come i segni di una strana misura in bianco e nero. Un albero ogni dieci, ogni venti metri e, cosý, da un'ombra all'altra, una misura precisa la scala della velocitÓ". E fu durante una di queste notti che a Tazio venne voglia di mettersi a correre dentro all'argento della Luna. Salý su una macchina, una "Hupmobile che puzzava di petrolio come la lanterna di un sagrestano" e via, a quaranta all'ora (proprio cosý!), "e nella corsa, si facevano sempre pi¨ rapidi i passaggi dall'ombra degli alberi alle strisce del chiarore lunare...".

Nacque cosý, sotto il chiaro di Luna, la voglia di correre di Tazio, che quel giorno, insieme a Vergani, "guardava la sera scendere morbida e pigra sul lago". Scrivo tutto questo in una caldissima giornata di Sole. Ma ho gli occhi ancora pieni della Luna che ho visto ieri sera brillare sul mare, a quasi tre chilometri dalla riva, all'estremitÓ di una diga che penetra dentro al poema del mare come una spada. E guardando la Luna ho pensato a Nuvolari, al suo mito, ai suoi due ragazzi, come quelli di Vergani, come i miei... ho pensato a quel gesto tenero di Vergani, a quel gelato che allontanava i suoi ragazzi da un padre che non aveva pi¨ nulla da chiedere alla vita che tutto a un tratto si era fatta vuota. "Io non sapevo, allora - confidava Tazio a Vergani - le storie degli eroi che salgono alla luna con un cavallo alato... Ma in quella notte mi sembr˛ di salire alla luna". Tazio Nuvolari Ŕ anche questo, un uomo che fa tutt'uno con l'atmosfera malinconica di un lago.

Franco GÓbici

 

Il ricordo di Tazio Nuvolari si trova alle pagine 436-438 di "Misure del tempo" (Baldini & Castoldi, 2003).

Franco GÓbici (Ravenna, 22 maggio 1943). Laureato in fisica, Ŕ direttore del Planetario e del Museo di scienze naturali di Ravenna. Giornalista pubblicista, collabora con articoli di scienza e costume ai quotidiani Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno, Avvenire e all'inserto "Tuttoscienze" de La Stampa. E' presidente della sezione ravennate della "Dante Alighieri".
Oltre a una ventina di saggi di storia locale ("Ravenna: cento anni di cinema", "Leopardi turista per caso"...), ha scritto "Didattica col Planetario" (La Nuova Italia, 1989) ed Ŕ autore dell'unica biografia di don Anacleto Bendazzi, considerato il pi¨ grande enigmista italiano ("Sulle rime del don", Ravenna, Essegý, 1996), "Gadda - Il dolore della cognizione" (Simonelli Editore, 2002) .

 

 

 

 

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