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                  Ravenna, 21 giugno 2005



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La Kodak dice basta al bianco/nero
Ci piacerebbe essere smentiti...ma, se confermata, questa è davvero una gran brutta notizia e vi spiego il perché.

La notizia è passata praticamente sotto silenzio, almeno così mi sembra. L’ho appresa, infatti, da un telegiornale e non mi sembra che abbia avuto un riscontro sulla stampa cartacea, anche perché son notizie che alla maggior parte della gente non gliene frega proprio nulla, tutta presa dalle nozze di Totti e da altre notizie del genere. Ma potrei anche sbagliarmi.
Comunque la notizia è questa: la Kodak ha definitivamente mandato in soffitta il procedimento del bianco e nero e d’ora in avanti il nostro mondo fotografato sarà rigorosamente a colori. La faccenda, per così dire, era nell’aria e ne sa qualcosa chi chiedeva al proprio fotografo di fiducia una stampa in bianco e nero. Mentre, infatti, la stampa a colori avviene in tempo reale nel senso che tu porti il rullino il lunedì e al martedì è già bell’e sviluppato (alcuni fotografi consegnano le stampe addirittura in giornata), per quella in bianco e nero occorreva invece molto più tempo, della serie “passi fra una settimana”. I colori saranno una bella cosa, ma quando andiamo sulla fotografia o sui vecchi film, il bianco e nero è veramente insuperabile e non c’è colore che tenga. Purtroppo, però, la nostra cultura è un po’ così e i programmatori dei film si stanno comportando come il gaddiano architetto Basletta. Il succitato architetto, infatti, era affetto da razionalismo e vedeva rettangoli dappertutto e allo stesso modo i programmatori, affetti da iperdaltonismo, vedono colori dappertutto e si son messi a colorare perfino Stanlio e Ollio e Humphrey Bogart che è una cosa a dir poco vomitevole. Un mio amico ha visto “Il mistero del falco”, originariamente concepito in bianco e nero, in versione colorata e mi ha detto che Bogart con l’abito blu sembrava proprio Berlusconi.
Ho visto ingiustamente “ri-colorati” quel bel western che è “La pistola sepolta” (con Gleen Ford) e “La casa dei nostri sogni” (con Cary Grant) e molti altri bianchi e neri sono stati ignobilmente colorati con operazioni che uccidono l’arte. I primi film di quel genio che si chiama Michelangelo Antonioni erano tutti in bianco e nero e quando passò al colore girò il “Deserto rosso” (suo primo film a colori) non certo con il chiasso della technicolor, ma con colori che non richiamavano certo la realtà. Era il 1964, io avevo ventuno anni, e ricordo che il Michelangelo aveva camuffato certe vie della mia città (i film fu girato a Ravenna, la fantastica città dove vivo dalla nascita) dipingendole di strani colori che poi nella pellicola avrebbe avuto un effetto tutto particolare. Però io preferisco comunque il bianco e nero e sono rimasto molto male dalla notizia diramata dalla Kodak.
E vedo nel primo film italiano girato a colori un forte messaggio. Di quelli che comunemente vengono detti “trasversali”. Si tratta di “Totò a colori” di Vanzina girato nel 1952. Voleva dire, forse, che colorare Totò era proprio una roba da ridere?
Mah. Andando avanti di questo passo va a finire che qualche casa pubblicitaria andrà a colorare perfino la luna e così addio argenteo plenilunio. La luna colorata appartiene soltanto alle canzonette. C’è la luna rossa, quella verde (ancorché non sia per niente facile immaginare una luna del genere) e quella blu, che però non vuol dire blu, ma è un modo di dire americano per definire la situazione che registra due lune piene nello stesso mese e che probabilmente deriva dal fatto che la seconda luna piena veniva segnata sul calendario col colore blu. L’ultima luna blu l’ho vista lo scorso luglio e proprio quella sera il mio amico Matteo Salerno, ottimo flautista, aveva organizzato col suo complesso concerti del plenilunio su piattaforme che davano sul mare e io avevo il compito di parlare un po’ della luna che era blu anche se in effetti non lo era affatto. Serate straordinarie, con l’argento della Luna sull’acqua. La luna era bianchissima e l’argento brillava su un mare nero. Magia del bianco e nero, che vuol dire magia della notte. Altro che colori!

  Franco Gàbici

L’architetto Basletta è citato nel racconto La casa, che si trova in C.E.Gadda, Novella seconda, Milano, Garzanti, 1971. Andate a leggervi le pagine 134 e 135.


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Gadda - Il dolore della cognizione  di Franco Gàbici
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Franco Gàbici (Ravenna, 22 maggio 1943). Laureato in fisica, è direttore del Planetario e del Museo di scienze naturali di Ravenna. Giornalista pubblicista, collabora con articoli di scienza e costume ai quotidiani Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno, Avvenire e all'inserto "Tuttoscienze" de La Stampa. E' presidente della sezione ravennate della "Dante Alighieri".
Oltre a una ventina di saggi di storia locale ("Ravenna: cento anni di cinema", "Leopardi turista per caso"...), ha scritto "Didattica col Planetario" (La Nuova Italia, 1989) ed è autore dell'unica biografia di don Anacleto Bendazzi, considerato il più grande enigmista italiano ("Sulle rime del don", Ravenna, Essegì, 1996), "Gadda - Il dolore della cognizione" (Simonelli Editore, 2002) .

 


 

 

 

 

 

Franco Gàbici

 

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