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"Il Ritorno - Boìcu e altre storie" di Romano Asuni

Quando la Memoria è protagonista
Borgosesia (VC) - 15 dicembre 2007
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alle Radici

di Romano Asuni - n. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18

L'autore di «Il Ritorno - Boìcu ed altre storie», splendida raccolta di racconti che diventano romanzo pubblicata in eBook ed Ex Libris, dialoga con i lettori de L'ISTRICE lungo il filo della memoria. Prosegue e rinnova così il discorso aperto dal suo libro che segna il felice esordio nella narrativa di questo famoso giornalista che dalla Sardegna è approdato professionalmente a Milano diventando una delle grandi firme Amica, laDomenica del Corriere, il Corriere d'Informazione fino a dirigere Salve, il mensile di medicina e salute della RCS. Naturalmente i lettori di queste sue note periodiche non possono lasciarsi sfuggire la lettura del suo libro che può giungere in pochi click sullo schermo del vostro computer oppure arrivare per posta a casa in una Copia Ex Libris, in volume stampata appositamente per chi la acquista.
Guarda la VideoPresentazione dell'Editore di Il Ritorno - Boìcu e altre storie >>>

Il sindaco comunista

  L’elezione del primo sindaco comunista, che di nome faceva Eliseo e di mestiere il sarto, fu uno scandalo, di più una profanazione. Ci fu chi disse che non si poteva accettare una cosa del genere, chi propose,schiumando rabbia, di rifare le elezioni, perché qualcuno di certo aveva imbrogliato, e coloro, ed erano tanti e seri, che chiesero al parroco un triduo di penitenza. Perché era inconcepibile che un paese che appena qualche anno prima aveva ospitato il mese Mariano, che consisteva in una serie di celebrazioni in onore della Madonna, accogliesse nella casa di tutti, il Municipio, un uomo-senza-Dio e i suoi degni compari.
 Eliseo, o “il compagno sindaco”, come cominciarono a chiamarlo con orgoglio i suoi, sembrava assorbire con tranquillità tutta quella sarabanda: ”Il popolo ci ha votato -ripeteva- cosa vogliono da noi?”. E sorrideva, salutando tutti al passaggio in strada, anche quelli che gli rispondevano a stento con un grugnito. Era un uomo magro, secco, che parlava quasi sempre a voce bassa e del quale non si conosceva un litigio, in anni in cui i suoi luogotenenti giravano il paese con l’aria e l’atteggiamento dei pretoriani. D’altra parte avevano aspettato quel momento da oltre dieci anni e in qualche modo dovevano sfogarsi: “Sono latifondisti, borghesi e clericali, non sanno cos’è la classe operaia, ma noi li spazzeremo via”. Eliseo sorrideva davanti al suo bicchiere di vino: ”Abbiamo vinto le elezioni solo per 150 voti su 2000 votanti, a occhio e croce. Se arrivavano in tempo i cantieri di lavoro, magari vincevano loro”.
 I cantieri di lavoro erano elargizioni concesse dallo Stato ai Comuni perché le utilizzassero per lavori di pubblica utilità, di qualunque genere. Erano in realtà quelli che si chiamano oggi contributi “a pioggia” che cadevano più spesso ovviamente sui Comuni dello stesso colore politico del governo, per lavori che consistevano quasi sempre nella sistemazione di alcune vecchie strade, che avrebbero avuto bisogno di ben d’altro, o di riempire vecchi fossati e cunette che il precedente cantiere aveva provveduto a scavare. Ma in questo modo qualche decina di persone trovava un lavoro provvisorio, in tempi nei quali la disoccupazione mordeva crudelmente e non risultare neppure in “un cantiere” significava avere il credito chiuso nei negozi di alimentari e perfino in farmacia.
 Però ai loro occhi un agricoltore era latifondista, come avevano imparato nei discorsi di sezione, un impiegato al catasto un borghese e bastava che un altro andasse in chiesa la domenica o salutasse con simpatia il parroco, perché lo si sospettasse di qualche affare con la diocesi o, addirittura, con il Vaticano.
 D’altra parte, erano tempi sanguigni e non ci voleva molto ad accendere di virtù rivoluzionarie Scattosu o il compagno “Veleno”, che di cognome faceva Cardìa ma nessuno si era mai premurato di chiamarlo così. Il primo era ancora più sfortunato perché in un paese nel quale i soprannomi rappresentavano spesso la dannazione di alcune generazioni, a lui ne era toccato uno pesante. Scattosu infatti voleva dire letteralmente rognoso, e per quanto lui si fosse sforzato di trasformarlo in “rabbioso” o qualcosa di simile, l’interpretazione letterale gli era rimasta attaccata e la sfogava con scenate oltre le righe in consiglio comunale e in ogni discussione che gli capitasse. Così erano in molti a evitarlo, trascurando un particolare di non poco conto e cioè che Scattosu si alzava ogni mattina alle cinque per prendere una traballante corriera che lo avrebbe portato in città, al suo lavoro di manovale edile, che allora voleva dire una media di 10 ore su e giù dai palazzi in costruzione di una città che stava a malapena risorgendo dalle rovine della guerra. Quando la sera tornava a casa, quindi, non era esattamente di ottimo umore, e anche la domenica (la settimana corta era allora una via di mezzo fra una bestemmia e sognare un bacio di Rita Hayworth), mentre distribuiva le copie de “L’Unità”, la sua rabbia nei confronti dei borghesi e dei capitalisti non conosceva soste. Una volta fu sorpreso dal parroco mentre tentava di vendere il suo giornale alle donne e a qualche sprovveduto che uscivano dalla messa, dicendo loro: ”Leggete questo, qui c’è la verità”.
 Il parroco era un brav’uomo ma anche molto alto e con le braccia nodose. Lo guardò e brontolò come un tuono in arrivo: ”Anche a casa mia ….”. Scattosu raccolse il suo pacchetto e volò via verso la sezione, ma in fondo era soddisfatto: aveva portato scompiglio nella tana del nemico. Ma non si era accorto che un ragazzino impertinente aveva scritto sul frontespizio di un giornale poggiato per terra, col pacco, una sola parola: “merda”, poi si era rimesso in tasca il mozzicone di matita e s’era allontanato fischiettando.
 Con questa combriccola di compagni e di avversari doveva fare i conti Eliseo, il primo sindaco comunista di un paese metà del quale lo viveva come un corpo estraneo e l’altra metà come simbolo glorioso di rivincita sociale, anche esagerando. Perché a lui non piacevano le santificazioni in chiesa, figurarsi le altre. Ma non riuscì a tenere a bada i suoi entusiasti compari e seguaci e a spiegargli bene che la composizione sociale del paese non prevedeva contrapposizioni rivoluzionarie, fin quando, una domenica mattina, non incontrò in piazza il signor Cesarino. Era un vecchio liberal-fascista al quale i compagni si rifiutavano di rivolgere la parola, ricambiati. Ma passava per uno dei più ricchi del paese e qualche battuta con Eliseo ogni tanto la scambiava. Ma quella mattina apparve subito fuori dalla grazia di Dio: ”Bella gente i tuoi compagni”, lo apostrofò.
 “ E cos‘hanno combinato?”, rispose compiacente.
 “Non vogliono lavorare più per me, dicono che piuttosto vanno nell’edilizia, in città, a respirare calce e cemento. Io li pago mille lire al giorno……”.
 “E in città, quanto prendono ?”, chiese Eliseo, che lo sapeva già.
 “Millecentocinquanta. Ma…”
 “ E tu aumentagli la paga”, sorrise. Poi aggiunse:” Tu lavoreresti come loro, per mille lire al giorno?”.
 “Io lavoro più di loro, mi alzo alle cinque del mattino, anche la domenica……”
 “Ma guadagni di più. Se fai il bravo ti diamo la tessera del partito, ma te la facciamo pagare un po’ di più”.
 La storia del sindaco comunista che aveva offerto la tessera del partito al più ricco del paese fece il giro della provincia e anche oltre. Anche il parroco rise di gusto e quando Eliseo morì, molti anni dopo e non più sindaco da tempo, fece sapere discretamente alla famiglia che avrebbe avuto piacere di benedire la salma. Così fu un grande funerale, con tutto il paese in chiesa e quelli che non ci stavano nel piazzale antistante.
 Arrivò anche Scattosu con la sua grande bandiera rossa e il baschetto con spruzzi di calce in testa. Il Parroco lo stoppò proprio all’ingresso: ”No, quella no”.
 “Ma era……”.
 “Quella no”.
 Così Scattosu assistette alla messa col basco macchiato di calce in testa, ma se lo levò all’Elevazione, alzandolo col pugno chiuso.

Romano Asuni
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Romano Asuni
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