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LA LEZIONE DI TANDU
Tandu era un pastore di Fonni, nel senso
di cane pastore, di razza anche pregiata, un molosso che si faceva
rispettare, e non solo dagli altri cani. Badava da solo all’ordine e
alla guida di duecento pecore e se qualche agnellino restava indietro
era lui che con un latrato secco avvertiva il pastore, l’altro, e stava
lì a sorvegliarlo fino al suo arrivo. poi tornava alla guida del gregge,
che non si era allontanato troppo in sua assenza, come gli aveva
insegnato. Ora, Fonni è un comune della Sardegna, in piena Barbagia, i
cui cani somigliano abbastanza agli abitanti: abbaiano (parlano) poco,
ma se azzannano lasciano il segno. Tandu era uno di questi, non
rifiutava una carezza ma nel suo territorio era meglio non trovarselo di
fronte, meno che mai alle spalle. Soprattutto da quando aveva imparato a
diffidare degli uomini, di uno dei quali aveva sempre l’odore nelle
narici, anche perché lo aveva spesso accanto. Era il suo padrone, quello
che gli dava da mangiare quasi ogni giorno e ai cui ordini ubbidiva, non
aveva imparato a fare altro. Ma da cui lo separava un ricordo lancinante
che ancora lo svegliava, guaiolante e tremante di paura: rivedeva i due
lampi ravvicinati e sentiva il suono assordante delle esplosioni. Suo
padre e sua madre a terra, lui che tentava di avvicinarsi e una pedata
che lo colpiva con l’odore di quegli stivali che non avrebbe dimenticato
più, mentre una voce gli urlava: ” …e tandu? “, “..e allora?”, cosa vuoi,
vuoi anche tu una lezione?
Da quel momento Tandu fu il suo nome, come un ulteriore sberleffo di chi
lo aveva reso orfano. Imparò presto a ubbidire, ma non come gli altri,
da cortile, che strisciavano quando venivano chiamati. Lui si presentava
e basta, ma intanto aveva cominciato a capire cos’era capitato quel
giorno. Erano sparite due pecore dall’ovile e non si trovavano più. Mira
e Leo, i due cani pastori, le avevano cercate fino a tardi e
all’imbrunire le avevano trovate, morte, sgozzate, forse una vendetta.
Le annusarono, leccarono un po’ di sangue e questo segnò la loro
condanna. Il pastore, che accorreva seguito dal cucciolo ancora senza
nome, li vide così, impiastricciati di sangue vicini alle due pecore
morte. Non ci pensò un attimo, imbracciò il fucile e allontanò con una
pedata il piccolo. A casa scuoiò le pecore e solo allora si rese conto
che il taglio in gola era troppo netto per essere opera dei denti di un
cane. “Peggio per loro”, pensò, addormentandosi ubriaco. Tandu, di
fuori, tremava, solo nella cuccia grande.
Tre anni dopo il pastore lo trovarono in una forra accanto a un sentiero
che prendeva quando voleva tornare in paese dall’ovile. Era lì da due
giorni e i cani selvatici si erano serviti. “Una vendetta certamente
– dissero i carabinieri conoscendo i precedenti del soggetto - poi sono
arrivati i cani…”. Tandu dormiva nella cuccia grande e non tremava
più.
La storia della vendetta di Tandu me la raccontò mio nonno che ero
bambino, ammonendomi: ”Se vuoi farti un nemico, picchia un cane, se vuoi
un servo, picchialo più forte. Tu lo dimenticherai, lui, puoi stare
sicuro, non lo dimenticherà mai… “. Ci ripensavo pochi giorni fa,
accarezzando Pirillo, il cagnone che mi accompagna e non mi ubbidisce
mai. Un lupo italiano diventato grande e grosso, abbandonato da cucciolo
e raccolto da mia moglie su una banchina di Portopalo, nel fondo della
Sicilia. Trasferito dall’altra parte della penisola, elesse Alice a capobranco (democraticamente, 1 voto su 1) e cominciò a snobbarmi. Un
giorno, spazientito, feci il cenno di tirargli un manrovescio, urlando.
Mi mostrò solo i denti, lucidi, affilati come lame e non si mosse. Lo
guardai per un attimo e abbassai gli occhi, trasformando il gesto in una
carezza. Mi leccò la mano, poi il viso. Ringraziai mio nonno e la
lezione di Tandu.
Romano Asuni
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